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Per una nuova etica del viaggio
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Con il patrocinio di
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RACCONTI DI VIAGGIO
Indice:
• Un castiglionese nel cuore dell'Africa - Marino Langiu
• Passato, presente, futuro - Don Alberto Luccaroni
• Fortuneé (un nuovo angelo) - Flavio Nadiani
• La Casa della Gioia - Raffaele Gaddoni
• 'Que le vaya bien' - Daniele Sacchetti
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Castiglione Olona - Marino Langiu racconta la sua esperienza a cavallo tra Natale e Capodanno in Burkina Faso: immagini, colori e ricordi indelebili di un viaggiatore responsabile
Un castiglionese nel cuore dell'Africa
Tra
gli scopi del viaggio, anche la possibilità di visitare
i progetti finanziati da Mani Tese e dal Comitato di Amicizia di
Faenza, dove gli animatori di villaggio che lavorano per
l’Ong italiana ci hanno permesso di
osservare alcuni villaggi in cui sono stati finanziati i progetti
e a incontrare la gente che ne beneficia, ottima maniera per capire
meglio la filosofia d’intervento e di come la popolazione gestisce
questi progetti. Grazie anche alla solidarietà di buona parte dei
castiglionesi, sono riuscito inoltre a portare un contributo per
la maternità del villaggio di Tangaye.
Marino
Langiu
Passato, presente, futuro
Metto un po' di ordine nei miei pensieri con tre semplici parole: passato, presente, futuro. Passato. Davvero tante volte, durante la settimana vissuta al villaggio di Tangaye, a più stretto contatto con la gente, ho avuto l'impressione di aver viaggiato indietro nel tempo: le strade di terra battuta, la mancanza di elettricità, l'acqua da attingere al pozzo, il bagno fatto con una buca nel terreno fuori casa, il lume a petrolio da accendere dopo il tramonto, il lavoro nei campi fatto solo con la zappa e con l'asino, il telefono più vicino a 12 chilometri di distanza, la circolazione della moneta quasi assente. Niente di drammatico, tutte cose che hanno vissuto anche i miei nonni qui in Italia, ma mi hanno fatto pensare a quanto nella mia vita è davvero essenziale e quanto è invece superfluo, spreco, inutile voglia. Vivendo accanto a quella gente vedevo chiaramente che io usavo molte più cose di loro, consumavo più di loro, producevo più rifiuti di loro: mi sentivo come un grasso ingordo che mangia alla stessa tavola di un anoressico. Presente. Il presente è il tempo degli incontri: quello che più mi ha colpito sono state le persone, i volti, i sorrisi, le parole, i gesti, il lavoro, la festa della gente. Dappertutto le difficoltà e le fatiche di una vita, che non assicura nemmeno di mangiare una volta al giorno, sono affrontate con dignità, con coraggio, con fierezza, pronti anche a dividere con l'ospite il poco che hanno (che imbarazzo ricevere io un regalo da loro!). Stringendo decine di mani ad ogni incontro e salutando per strada tutti gli sconosciuti, si scopre l'apertura e l'accoglienza di un popolo, che non sarebbe capace di correre con gli occhi bassi e la bocca cucita come facciamo noi.
Don Alberto
FORTUNEE’ (un nuovo angelo)
Appunti dall’ultimo viaggio di turismo responsabile in Benin
A volte capita che nei nostri viaggi di turismo responsabile, solidale, ecocompatibile chiamateli come vi pare possa succedere di imbattersi in drammi umani che lacerano il cuore e scolpiscano immagini che si nascondo nella nostra mente per chissà quanto tempo… Ormai la vacanza in Benin è finita, i due simpatici giovani francesi che abbiamo lasciato nel nord del paese dovrebbero tornare all’indomani a Ouidah, ( magari c’è il tempo per portarli fino a Ganviè la città lacustre su palafitte..) Therese, mia moglie beninese che con Azara, mia figlia meticcia, prototipo delle generazioni a venire, compongono la mia famiglia assieme ad altre 30 persone( di cui 19 tra bambini e ragazzi africani), ha un tarlo e me lo comunica: “ Sai quella ragazzina di nemmeno 14 anni , che abbiamo visto al villaggio su al nord?, è incinta e sicuramente molto avanti con la gravidanza; è inesperta e cacciata dalla sua famiglia tra gente sconosciuta, ho paura sia per lei che per il bambino, cosa dici se diciamo ai francesi se la prendono su con loro e la portano qua da noi , che la facciamo vedere qui in ospedale?” Detto e fatto: i due ragazzi la prendono con loro e stasera li incontreremo a Cotonou, una delle nuove capitali dell’Africa dell’Ovest: una distesa infinita di auto, camion e motorini scassati super inquinanti condotta da gente frenetica e stressata ; chi si immagina i poveri almeno pacifici e tranquilli , qui si può ricredere, i poveri sono poveri in tutto, ( le parole : ambiente, sanità , istruzioni, vacanze, lavori appaganti ecc.sono per loro parole senza senso). Del resto io qui ci vengo solo per prendere amici dall’aereoporto o per delle formalità e appena posso me ne scappo nella mia “ville historique” di Ouidah, dove con la mia famiglia ci siamo fatti una casetta, per ospitare le trenta persone di cui parlavo prima, più “i turisti per caso” che trovo in giro per mostrare loro qualcosa di questo amato e sfortunato paese . Ecco i due giovani francesi, ecco la ragazza… è veramente messa male, probabilmente stanca o contrazioni?, la carichiamo sulla nostra macchina, pensiamo di portarla a casa per un bagno e poi via all’ospedale, ma non c’è tempo la ragazza vomita, decidiamo di portarla subito al centro maternità di Ouidah. Le infermiere ( dottori non se ne vedono è già sera ormai), si degnano di guardarla solo dopo che ho pagato la visita e comprato un termometro per misurare la febbre, ( per l’igiene è personale) ma va bene ugualmente l’importante è che sia in buone mani; ormai questo ospedale ,con tanta gente come ho a casa, lo conosco bene e conosco bene anche la cassiera… Sono contrazioni, partorirà stanotte, rimarrà la sorella di Therese a guardarla, conosce la lingua del nord e del sud del paese. Arriviamo a casa stanchi, ci stendiamo un attimo nel letto, ma sappiamo già che stanotte si dormirà poco….infatti alle 23 ci telefonano che la ragazza ha dei problemi, il bambino non esce, Therese prende l’auto e nel buio ( con ancora le feste voodoo in corso) corre in ospedale. Ore 4 del mattino: il bambino è nato morto, il cordone ombellicale era avvolto al collo, non c’erano speranze di salvarlo, si è salvata almeno la madre, la piccola Julie, che non ha mai conosciuto bambole nella sua vita, ma solo lavoro e umiliazioni. Quando vado fuori in penombra vedo il corpicino del bimbo, è veramente bello , un piccolo angelo già volato in cielo, lo avremmo chiamato Fortune’, perché pensavamo che tutte le coincidenze fortunate avrebbero potuto salvarlo, e nella sua situazione famigliare futura, un nome così avrebbe fatto da baluardo a tutto l’odio che avrebbe incontrato… ma forse Fortune’ o chi per lui ha deciso diversamente . Il tempo di battezzarlo, metterlo pietosamente in una scatola di cartone, e due membri della nostra famiglia, alle cinque del mattino prendono il primo Taxi brousse per il Nord, dove sarà sepolto nel villaggio nativo di Therese. Ai ragazzi che sono qui per “turismo” non nascondiamo niente, almeno abbiamo salvato la ragazzina, dove al villaggio sarebbe morta sicuramente…, a sera la piccola Julie è già a casa nostra (non mi sorprenderò mai abbastanza di quanta resistenza abbiano le donne africane), in un angolo seduta, piange in silenzio, cerco qualche parola in francese per consolarla, ma soo che solo il tempo servirà per farle ritrovare il sorriso, le dico che potrà rimanere a casa nostra, che anzi è casa sua…. Domani abbiamo l’aereo , si ritorna in Italia, alla vita “normale”….chi ha più voglia di partire? E’ passata una settimana, un faentino saputa la storia, ha promesso di fare studiare Julie: perchè Africa continui a farci piangere di dolore e ridere di gioia…
Flavio Nadiani
La Casa della Gioia
Durante il nostro viaggio in Benin, non potevamo tralasciare di far visita a Justine. La sapevamo impegnata ad accogliere nella sua casa alcune donne scacciate dai mariti assieme ai loro figli. Spesso la scacciata deriva dal fatto che la donna non accetta che il marito prenda una seconda moglie, anche perché le risorse economiche non garantiscono nemmeno il mantenimento della prima moglie e dei figli avuti da lei. Hanno così inizio continue liti che sempre più spesso si concludono con la scacciata della donna. A volte lei ritorna dai genitori e lascia loro in custodia i figli, per andare a cercar fortuna in capitale od in Nigeria. Qui esiste un vasto ceto medio, le cui famiglie sono in grado di assumere manovalanza per svolgere i lavori domestici. Generalmente trovano facilmente lavoro le donne giovani e senza figli. E’ per questo che per riuscire ad ottenere un lavoro la donna è costretta a lasciare in consegna i figli ai genitori od a un famigliare. Justine gestisce un maquis – ristorantino locale – alla periferia di Ouidah ed a bordo della strada che unisce Lome (Togo) a Cotonou (Benin). Alcune donne scacciate di casa dai mariti, originarie del Nord del Paese ed in particolare di Djougou, dovendo trovare una soluzione al loro grave problema, si sono rivolte a lei per un consiglio ed un aiuto. Lei ha risolto il problema offrendo loro un lavoro nel suo ristorante ed ospitandole nella sua casa assieme ai figli più piccoli. Poi il loro numero è cresciuto, tanto che ora le entrate del ristorante non permettono più l’erogazione di uno stipendio e quasi nemmeno riescono a far fronte al mantenimento delle mamme e dei loro figli. Lo scorso anno un amico italiano, sposato ad una ragazza del Benin, amica di infanzia di Justine, ha fatto costruire una abitazione a Ouidah, in quanto intende dar vita ad una iniziativa di “Turismo responsabile”. Ha allora dato in gestione il piano terreno di questa casa a Justine, affinché possa abitarvi assieme alle mamme ed ai lori bambini, quindi li ha la sua sede la “ Casa delle gioia”. Durante il giorno le mamme preparano il cibo nel maquis e rientrano a casa verso le 16,30. Dopo cena un paio di donne vendono all’angolo della strada la boui, una bevanda locale, per incrementare le entrate economiche della casa. Justine si preoccupa della gestione generale e di organizzare la scolarizzazione dei fanciulli in età scolare, perché esige il loro sviluppo intellettivo. Alla sera, quando tutti sono tornati a casa dalle varie attività, i ragazzini si radunano in cortile e sotto al loggiato per fare i compiti e studiare. Quelli più avanti nello scuola insegnano a quelli che frequentano i primi anni. Un foglio di compensato posto su un cavalletto funge da lavagna ed un apprendista falegname si improvvisa insegnante per gli scolari delle elementari. Gli scolari seguono con attenzione i suoi insegnamenti e si cimentano negli esercizi che egli propone. Ci siamo resi conto dell’apprendimento di questi scolari, essendo rimasti ospiti in questa casa per alcuni giorni. La nostra amica è sposata e dal matrimonio con un professore di scuola media che insegna in un istituto di Parakou sono nati 5 figli: 4 femmine ed un maschio. I minori che abitano in casa sono però 18, ma tutti sono fatti oggetto delle stesse attenzioni ed affetto. Abbiamo chiesto a Justine se i suoi figli naturali qualche volta le manifestano contrarietà in quanto sentendosi amati nella stessa misura degli altri, si sentono meno considerati come figli. Lei ci ha detto che assolutamente no, accettano con gioia la coabitazione. Non si ribellano al fatto che non riservando ad essi un trattamento preferenziale, anch’essi vanno vestiti molto modestamente, così come devono accontentarsi di vivere poveramente. I vicini di casa, quando hanno notato crescere il numero degli ospiti della casa, hanno manifestato la loro preoccupazione e le hanno chiesto: “Tu hai un piccolo ristorante, perciò avrai un conto corrente bancario con un certo deposito, per garantirti una buona gestione.” Lei ha risposto: “Si ho un conto bancario, ma esso è costantemente vuoto perché il guadagno del ristorante è appena sufficiente al nostro mantenimento”. La sua risposta li ha ancora più preoccupati ed hanno aggiunto: “Ma un giorno i tuoi figli ti rimproveranno di non esserti preoccupata del loro avvenire e di avere sperperato tutto per mantenere tanti estranei. Caccia via tutta questa gente e pensa un poco di più a te ed ai tuoi.” Justine ha allora risposto: “Da ragazzina ho sofferto sulla mia pelle quello che ora soffrono i fanciulli che ospito, Ho visto mia madre soffrire le stesse pene delle donne che ho accolto. Quando provavo e vedevo tutta quella sofferenza, mi sono ripromessa di spendere tutta me stessa per annullarla e portare la gioia nei cuori. Sono felice quando vedo un volto sorridere, un bimbo ben vestito, nutrito, curato. Sento che non devo troppo preoccuparmi dell’avvenire mio e dei miei figli, perché già ora Dio interviene quando e come meglio ritiene. Mio marito Cristian Yaya condivide quello che faccio, solo si raccomanda di non esagerare per non compromettere la mia salute.” Tornata da scuola Clemence, la figlia maggiore ho voluto interrogarla per avere una conferma di quanto affermato dalla madre. Le ho chiesto: “Sei contenta che in casa ci siano tanti altri ragazzini? Non ritieni che la loro presenza ti costringa a rinunciare a tante cose che ti piacerebbe avere: bei vestiti, le ultime novità per il divertimento ecc.?” Con grande serenità mi ha risposto: “No, è bello essere in tanti in casa, vivere assieme, condividere le stese cose. Nella famiglie dei vicini i ragazzi vivono isolati. Noi invece ci divertiamo tutti assieme. E’ vero, i miei compagni di scuola vestono con abiti giunti dalla Francia, mentre io devo accontentarmi di vestiti realizzati in Benin. Io sono di questo Paese e devo essere orgogliosa di vestire alla moda del mio Paese.” Poi ha aggiunto”Fare del bene rende felici ed io sono contenta che i miei genitori abbiano scelto per noi questo modo di vivere. L’altro giorno, mentre andavo a scuola ho visto per strada due bambini, uno più grande e l’altro più piccolo. Il più piccolo piangeva. Ho fermato la bicicletta ed ho chiesto perché piangesse. Il più grande mi ha risposto che aveva fame. Ho preso dalla tasca i soldi che mamma mi aveva dato per la merenda e li ho dati a questi bimbi affinché comprassero qualcosa da mangiare. Io ho rinunciato alla merenda, ma quei bimbi per quella mattina non avrebbero più avuto fame. E’ stata una cosa piccola, ma potevo fare quello e l’ho fatto. Se ciascuno facesse per gli altri quello che potrebbe fare!” Clemence è una ragazza beninese di 14 anni, quale insegnamento per tutti noi che riteniamo di poter impartire lezioni di civiltà e democrazia ai popoli che consideriamo sottosviluppati.
Raffaele Gaddoni
'Que le vaya bien'
Sono le 6 della sera ma ad Asunción - capitale del Paraguay - il caldo sembra non avere orario. Ci saranno almeno 35° centigradi ed il tasso di umidità in questo periodo è elevatissimo; non si muove una foglia e si suda a stare fermi.
Acquisto il biglietto e deposito il bagaglio. Nell’attesa inizio a guardare la cartina del Paraguay e noto che la strada è asfaltata per i primi 530 km, fino a Mariscal Estigarribia [2], poi per i restanti 250, necessari per arrivare al confine, si tratta di una pista. Ho già fatto altri spostamenti lunghi in America Latina ma questo mi preoccupa un po’, anche perché mi aspetto che la seconda parte del tragitto, quella in territorio boliviano, non sia certo migliore della prima. Così vengo colto da quel piacevole senso di curiosità ed inquietudine tipico di quando si lascia un posto che già si conosce e col quale si aveva già preso confidenza per andare in un altro completamente sconosciuto. E per di più senza sapere quello che ti aspetta durante lo spostamento. Alle 20,15 arriva il bus e subito mi accorgo che le informazioni di cui dispongo non sono esatte: non si tratta di un coche cama, non c’è il bagno e nemmeno l’aria condizionata. L’autobus è di quelli vecchi e un po’ scassati che spesso si vedono da queste parti, non ha la forma dei vecchi scuolabus americani ma non è certo un prototipo di modernità. Comunque, anche se probabilmente inquineranno il doppio, su tale tipo di tragitti questi autobus sono forse i più affidabili. Prendo posto nel sedile numero 15, quello che mi è stato assegnato, e pongo il mio piccolo zainetto sotto i piedi perché il bus è a pieno carico e gli altri passeggeri hanno disordinatamente già occupato tutti gli spazi disponibili. Non vedo altri stranieri oltre a me, solo paraguaiani e soprattutto boliviani; a fianco a me siede un signore boliviano di mezza età il quale mi spiega che in realtà c’è un’altra compagnia che svolge questo servizio con bus più moderni, ma che partono solo in giorni precisi e che il biglietto costa di più. Apprendo con piacere questa notizia, soddisfatto del fatto che non sono stato preso in giro (o almeno non completamente). Il bus parte “puntuale” alle 20,30 e tutti i passeggeri aprono i finestrini per fare entrare un po’ d’aria, dato che, a causa del caldo e delle laboriose operazioni di salita, all’interno aleggia già uno spiacevole odore di sudaticcio. Le prime ore di viaggio volano via tranquille grazie alla compagnia di Polen, il mio “vicino”: è un ex minatore e sindacalista dalle idee decisamente rivoluzionarie, col quale mi trovo subito in sintonia, soprattutto dopo che mi sono lasciato scappare qualche apprezzamento sulla figura di Ernesto Che Guevara. Sarà anche per questo che lui inizia a chiamarmi hermano [3]. Il tema del lavoro, al quale Polen sembra tenere particolarmente, è spesso al centro della conversazione ed è quasi toccante ascoltare i racconti di quando lavorava nelle miniere di Potosì [4] in condizioni veramente disumane. Le sue mani logorate dal duro lavoro mi confermano che sta dicendo la verità. Adesso Polen fa l’artigiano a Cochabamba [5] e se la passa abbastanza bene, anche se rimpiange il suo passato di lotte, ma aggiunge che dopo l’arresto che ha subito tra la fine degli anni ’80 ed i primi anni ’90 non è più quello di prima (immagino che passare qualche anno in un carcere boliviano non debba essere una cosa troppo piacevole). Alla fine ci inoltriamo in un interessante confronto tra i nostri paesi, accorgendoci che nonostante le grandi diversità noi ci sentiamo molto più vicini della distanza che li separa. Le prime soste sono utili per rifornirsi d’acqua, e per scoprire che a Polen la stessa bottiglia costa 500 guaranies [6] (circa 250 £) in meno che a me, ma questo fa parte del “gioco”... Cerco un bagno per soddisfare i miei bisogni ma mi accorgo che tutti i passeggeri maschi orinano tranquillamente dietro l’autobus, così mi ricordo che un paio di anni prima, a La Paz, ho visto un sacco di gente che soddisfaceva i propri bisogni direttamente in mezzo alla strada nonostante la presenza di altri passanti. Questo vale almeno nelle ore notturne e così mi adatto e mi unisco alla lunga fila di “piscioni”. L’autobus riparte e dopo aver mangiato i cibi sintetici che ci hanno propinato mi addormento tranquillo, anche perché la strada è buia ed all’esterno non si vede niente. Dopo qualche ora Polen mi sveglia dicendomi che dobbiamo scendere per porre il timbro di uscita dal Paraguay sul passaporto. Per un attimo mi illudo che siamo già arrivati alla frontiera ma guardo fuori e vedo solo una stazione di benzina con a fianco una specie di baracca in legno; è lì che un lento e svogliato funzionario della dogana paraguaiana appone i timbri sui nostri passaporti, ovviamente senza il minimo controllo. Ripartiamo e cerco di riaddormentarmi ma poco dopo finisce la strada asfaltata e ci metto un bel po’ ad abituarmi ai frequentissimi sussulti del bus. Alla fine, comunque, il sonno prende il sopravvento. Mi sveglio all’alba, mentre tutti stanno ancora dormendo, all’esterno si vede una fitta boscaglia verde interrotta solo da questa secca “strada” sterrata illuminata dalle prime luci del giorno. Si tratta di uno spettacolo affascinante per quanto desolante. Siamo in mezzo al Chaco [7], nella parte paraguaiana; per un istante mi rendo conto che un qualsiasi imprevisto potrebbe farci restare fermi per ore, in attesa che passi un altro veicolo, ma mi lascio prendere dal sorgere del sole ed ammiro compiaciuto l’accendersi dei colori man mano che aumenta la luce (e purtroppo anche il calore...). Mi sembra di aver visto anche uno strano uccello simile allo struzzo, poi Polen mi spiegherà che si tratta dello ñandù [8]. A metà del mattino, con solo un’ora di ritardo rispetto alle previsioni, arriviamo all’ultimo posto di blocco dell’esercito paraguaiano prima della frontiera. Da una vecchia casa ridotta in pessime condizioni, simile ai nostri casolari di campagna da ristrutturare, escono alcuni militari il cui compito è quello di svolgere gli ultimi “controlli” sulla regolarità dei documenti dei passeggeri e sulle cose trasportate. La sosta è breve - anche perché i controlli ovviamente sono più teorici che pratici - ma c’è comunque il tempo di scendere dal bus per un paio di minuti per sgranchirsi le gambe, per rendersi conto del caldo bestiale che fa - nonostante il tempo sia nuvoloso - e per ringraziare il cielo di non essere costretti a vivere da queste parti. Il viaggio prosegue e mentre ci avviciniamo al confine boliviano la strada diventa sempre più polverosa (tanto che all’arrivo a Santa Cruz ci accorgeremo di essere completamenti impolverati). Davanti e dietro è sempre lo stesso panorama: una “strada” secca e dritta con ai lati il verde della vegetazione, e se non fosse per una piccola colonna con sopra disegnate le bandiere dei due paesi non mi sarei certo accorto di aver attraversato il confine. Polen sembra molto entusiasta di trovarsi sul suolo boliviano, ma il primo posto di controllo militare mi ricorda che siamo appena entrati in uno dei paesi più poveri dell’America Latina. Mentre gli autisti sbrigano le brevi formalità con un militare, probabilmente il più anziano del posto visto che dimostra 80 anni, un paio di giovanissimi soldati di leva si avvicinano all’autobus per “scroccare” ciò che è rimasto da mangiare dopo la cena della sera precedente e la colazione del mattino. Diamo loro tutto il possibile, meritandoci grandi sorrisi come segno di ringraziamento. Non ho alcuna forma di simpatia per i militari e le forze dell’ordine in generale, soprattutto qua in America Latina; tuttavia, in queste circostanze non posso far altro che provare un forte senso di solidarietà nei loro confronti. Il Chaco boliviano è identico a quello paraguaiano, con l’unica differenza che l’estensione è minore. Ogni tanto si vedono piccoli pozzi di petrolio in mezzo al nulla, alcuni dei quali sembrano in disuso. Ai tempi della Guerra del Chaco [9] si pensava che la regione fosse ricca di tale risorsa ma poi si scoprì che in realtà i giacimenti erano decisamente minori delle aspettative. Un camionista che transita in senso opposto ci avvisa che lungo il percorso ha incontrato pioggia e che le condizioni della strada vanno peggiorando, ma che comunque per ora è percorribile. Alla frontiera boliviana le operazioni di ingresso sono piuttosto laboriose ed anche se non ci sono problemi di nessun tipo siamo costretti ad una sosta di almeno mezz’ora. Di solito in questi sperduti posti di frontiera è pieno di cambiavalute che praticano tassi di cambio sfavorevoli ma che sono utilissimi per liberarsi degli ultimi spiccioli rimasti. Qui invece non ce ne sono e l’unico disposto a cambiarmi i 10.000 guaranies che mi sono rimasti in tasca è l’autista del bus che in cambio mi dà 2 U.S. $, visto che non dispone di moneta boliviana. Meglio i dollari dei guaranies, ma qui mi servono i bolivianos [10], e l’unico modo che trovo per poter utilizzare il bagno è “pagare” il servizio con penne e matite! In questi posti infatti non è facile trovare un bagno pubblico e sempre bisogna lasciare qualche spicciolo - di solito 1 boliviano, che corrisponde circa a 300 £ - per poterne usufruire. Probabilmente nel mio caso si sarebbero accontentati di una vecchia “bic”, ma quando ho notato che un gruppetto di bambini se la stavano litigando ancora prima che io la tirassi fuori dallo zainetto ho pensato di accontentarli tutti. Ritorno sul bus pienamente ristorato dalla sosta e felice per la mia buona azione; ancora una volta le mie ampie scorte di penne, matite e fogli sono servite per fare felice qualcuno. Proseguiamo e poco dopo arriviamo a Villamontes, uno squallido paesino al confine tra il dipartimento di Tarija e quello di Santa Cruz, nel sud-est boliviano. Qui mangiamo qualcosa e trovo anche una signora disposta a cambiare i miei 2 $; intanto Polen mi convince a scattare un paio di foto e nonostante i suoi pessimi gusti fotografici decido di accontentarlo e gli prometto che gliele spedirò a casa. All’uscita da Villamontes la strada è asfaltata ma si tratta solo di una breve illusione perché dopo qualche chilometro ritorna come prima, con l’unica differenza che ora sta piovendo. Siamo usciti dal Chaco ed il panorama è cambiato: ci sono ampie colline e la boscaglia è più fitta e più alta, la strada assume un colore sempre più rosso, e la terra è più granulosa e meno dura. Il contrasto verde-rosso, interrotto da qualche sporadica casupola, è decisamente piacevole. L’andatura
è molto lenta e vorrei dormire; tuttavia Polen è un fiume in
piena e non se ne sta zitto un secondo: Nel frattempo attraversiamo piccoli e sconosciuti villaggi (l’unico nome che ricordo è quello di Camiri); la strada sembra infinita, fuori la luce è sempre di meno e la stanchezza inizia a farsi sentire. Quando ci fermiamo per la “cena” un passeggero paraguaiano mi informa che mancano solo 5 ore all’arrivo e che la metà del percorso è su strada asfaltata. Mentre sorseggiamo un mate de coca [11] iniziamo a parlare delle bellezze naturali della Bolivia, che lui sembra conoscere a fondo ed apprezzare più del suo paese. Concordo con lui e provo a spostare la conversazione sul Paraguay, per cercare di capire qualcosa in più di quell’apparente “anarchia passiva” che vi ho trovato. In pochi minuti il mio nuovo amico non mi dice niente di nuovo ma mi conferma che in Paraguay le attività economiche più diffuse sono l’agricoltura e l’allevamento, ma che quella più redditizia è sicuramente il contrabbando. In effetti basta attraversare qualsiasi frontiera paraguaiana per rendersi conto che i controlli sono praticamente inesistenti. Oppure basta fermarsi qualche giorno ad Asunción per accorgersi che non ci sono quasi attività produttive e che, uffici a parte, la gente vive soprattutto di lavoro nero che si svolge prevalentemente per le strade, dove ad ogni angolo è possibile trovare merce di qualsiasi tipo. Sono poi gli stessi paraguaiani ad ammettere che a parte l’artigianato degli indios guaraní [12] - tra cui il famoso pizzo ñanduti [13] - la loro specialità sono le imitazioni e che riescono a copiare i prodotti più svariati, ovviamente con materiali di qualità inferiore agli originali. Con questo signore paraguaiano la conversazione è molto piacevole, ma stranamente fa poche domande di carattere personale e soprattutto evita di parlare di se stesso, così mi viene da pensare che forse anche lui sta trasportando qualche merce di contrabbando e decido di non approfondire l’argomento. Ancora il tempo per un paio di battute, per una sigaretta, ed è già ora di ripartire. Provo subito a dormire e mi sembra di potercela fare, ma un’improvvisa fermata del bus seguita da numerose imprecazioni dell’autista mi spingono a svegliarmi e ad andare a vedere che succede. Un camion che procedeva in senso contrario è rimasto completamente impantanato e blocca la strada; oltre al nostro, altri veicoli stanno aspettando che si risolva il problema, e chi dispone di una pala o di qualche altro attrezzo presumibilmente utile si precipita ad aiutare i camionisti. Lo spirito di solidarietà è altissimo, ma per vincere la “battaglia” contro acqua e fango serviranno quasi 2 ore e l’aria sul bus diventa subito soffocante: dopo 24 ore di viaggio gli odori non sono certo dei migliori, il tasso di umidità è altissimo, e appena smette di piovere veniamo attaccati dai mosquitos [14]. Così preferisco scendere e affondare le mie scarpette nel fango rossastro e seguire le operazioni di soccorso da vicino. Scende anche il paraguaiano e ne approfitto per ricordargli che da queste parti non è sempre facile fare delle previsioni e proseguiamo ridendo dell’accaduto. Una volta ripartiti mi addormento in pochi secondi e mi sveglio direttamente al terminale degli autobus di Santa Cruz de la Sierra, seconda città della Bolivia in ordine di grandezza dopo la capitale La Paz. Sono quasi le 2,30 del mattino, il viaggio è durato 30 ore, “solo” 3 in più del previsto. Mi sento stanco ed un po’ intontito, ma anche molto appagato: quasi quasi... torno indietro! Quasi tutti i passeggeri mi rivolgono un cortese cenno di saluto, accompagnato da un augurio di buena suerte; una stretta di mano col paraguaiano ed un abbraccio con Polen, che poi andrò a trovare a casa, completano il rituale. Que le vaya bien.
Daniele Sacchetti
P.S. Questo articoletto, scritto nel novembre del 2001, ripercorre uno dei tanti lunghi spostamenti in autobus compiuti nel continente latinoamericano. Vi assicuro che in Bolivia non è inusuale trovarsi in situazioni di questo tipo (mi è capitato di peggio) quindi se avete voglia di avventure e siete disposti a fare qualche piccolo sacrificio Vi consiglio di andarci. Note:
[1] Coche cama: vettura letto. Si tratta di ottimi bus con aria condizionata e con bagno, dove ci si riesce quasi a sdraiare ed il comfort è molto alto. [2] Mariscal Estigarribia: piccola cittadina paraguaiana nella regione del Chaco. [3] Hermano: fratello. [4] Potosì: cittadina del sud della Bolivia che conserva il fascino delle antiche città coloniali e sorge in una delle zone minerarie più ricche del mondo. Nonostante le difficoltà di accesso (si trova a circa 4000 di altezza) ed il “saccheggio” delle ricchezze da parte degli Spagnoli ai tempi delle colonie, è ancora presente un’importante industria mineraria. [5] Cochabamba: terza città della Bolivia in ordine di grandezza. Situata a circa 2500 metri di altezza mantiene sempre un clima molto piacevole. Negli ultimi anni la città si è sviluppata parecchio e c’è stata una fortissima urbanizzazione e attualmente la sua popolazione raggiunge il 1200000 abitanti. [6] Guaranies: moneta paraguaiana. [7] Chaco: regione geografica del Sud America condivisa da Paraguay, Bolivia e in parte dall’Argentina. Si tratta di una zona pianeggiante, calda e semiarida, caratterizzata da una vegetazione secca e piuttosto bassa. [8] Ñandù: tipico uccello sudamericano le cui somiglianze con lo struzzo sono incredibili. L’unica differenza estetica consiste nel fatto che lo ñandù è di dimensioni un po’ più piccole e che il suo piumaggio è più grigio. [9] Guerra del Chaco: conflitto armato tra la Bolivia ed il Paraguay per il possesso della regione del Chaco (1929-1935), alla fine del quale la maggior parte del territorio conteso venne assegnata al Paraguay in seguito al trattato di pace stipulato a Buenos Aires con la collaborazione di Argentina, Brasile, Cile, Uruguay, Perù e Stati Uniti. [10] Bolivianos (in italiano boliviani): curiosamente in Bolivia i soldi si chiamano come gli abitanti. [11] Mate de coca: tisana a base di foglie di coca molto usata nei paesi andini. Ha proprietà digestive, diuretiche, regola il metabolismo, aiuta a sopportare la fame e la fatica e fa benissimo contro il mal di altura. Non è certo da confondere con la famosa droga. [12] Guaraní: popolazione indigena diffusa nel sud del Brasile (stati di San Paolo e Rio Grande do Sul), nel nord dell’Argentina e soprattutto nel Paraguay. Sono dediti prevalentemente all’agricoltura ma conoscono la ceramica e la tessitura. [13] Ñanduti: prodotto tessile degli indios guaraní. Si tratta di un centro da tavolo le cui forme e dimensioni possono variare a seconda delle esigenze. Di solito sono rettangolari o tondeggianti e possono essere a tinta unita o di svariati colori. In quelli più autentici viene svolta a mano non solo la tessitura ma anche la filatura del cotone. [14] Mosquitos: zanzare.
Ospedali peruviani
Molte volte al Tg ci propinano casi di malasanità italiana e ne rimaniamo colpiti, ma vi siete mai chiesti come funziona la sanità in altri paesi? Tutti sappiamo che in USA ad esempio, e così in diversi stati africani e latinoamericani (sull’Asia non sono informato), chi può permettersi un buon ospedale riceve cure mediche di buon livello mentre chi non ha i mezzi economici per sostenere le spese è costretto a curarsi negli ospedali pubblici di scarsa qualità e igiene. Bene, dopo questa premessa, posso dirvi che il Perù, sotto certi aspetti, non fa parte di questi paesi e questa è senz’altro una buona notizia. Durante questo viaggio ho dovuto accompagnare un membro del gruppo in ospedale a Puno (3.810 metri s.l.m.) e devo dire che ne sono stato favorevolmente colpito. Ci siamo presentati all’ospedale pubblico, precisamente al pronto soccorso, e in sole 3 ore, nonostante l’affluenza, il paziente è stato visitato da un medico, gli sono state fatte le analisi del sangue e delle urine e gli sono stati consegnati gli esiti, con tanto di referto medico e ricetta per l’acquisto di medicinali, facilmente trovabili nella farmacia sull’altro lato della strada. Incredibile, per un attimo ho pensato che la sanità pubblica peruviana fosse un vero esempio da seguire anche per un paese come l’Italia. Colpito da tanta efficienza ho fatto 2 chiacchiere con un medico e un infermiere e mi sono fatto un giretto all’interno dell’ospedale (un miracolo dato che normalmente somatizzo solo ad avvicinarmici) e ho scoperto qualche scomoda verità. Innazitutto non c’è il riscaldamento ed i letti dispongono di una sola coperta, pertanto, dato che qua fa un freddo cane, i pazienti che vengono ricoverati vanno a letto con il giubbotto. I muri di certe stanze poi sembrano quelli delle peggiori bettole in cui ho dormito, dove nelle varie fessure del muro potrebbero nascondersi simpatici insetti come cimici, ragni, ecc.. C’è poi il problema dei macchinari, delle medicine, delle flebo, ecc., tutto materiale che scarseggia. E poi anche le medicine che si trovano in farmacia, in ospedale non le forniscono perché non le hanno, per molti peruviani sono care e non possono permettersele. Morale della favola qua scarseggia tutto, non ci sono i fondi per migliorare la struttura, per comprare medicine, macchinari ed equipaggiamento; grazie alla vera professionalità del personale la struttura sta in piedi e riesce comunque a fornire una buona assistenza. Se poi consideriamo che si trovano a dover combattere oltre che le malattie tradizionali, anche quelle più strane e pesanti quali tifo, epatite, tubercolosi, ecc. ed a parlare con pazienti di diverse lingue ed etnie (quechua, aymara, spagnolo e raramente altre) mi sento di esprimere tutti i miei elogi al personale sanitario peruviano dell’altopiano. Comunque, per uno straniero con qualche soldo in tasca non ci sono problemi: la diagnosi gliela fanno in 2 ore, le medicine hanno costi europei e quindi abbordabili, e se c’è qualcosa di grave basta pagare che ti portano a Lima in un ospedale adeguatamente attrezzato: anche sulla salute le solite discriminazioni. Hasta pronto.
Daniele Sacchetti
Riflessioni sul post Benin
Ripercorro il mio primo viaggio nell’Africa nera attraverso le foto. Ma mancano gli odori, le sonorità, la polvere negli occhi, l’umidità che arriccia i capelli. Manca l’harmattan, vento che rinfrescava le notti del Nord, e, sempre al Nord, le cantilene dei numerosi muazzim che imponevano un risveglio troppo precoce. Il Nord è stato una sorpresa perché mi aspettavo una savana brulla. Invece è ricca di alberi, tra i quali il medicamentoso Karitè, di fiori bianchi su rami semispogli, e gialli, sdraiati a terra. Il colore rosso della terra sabbiosa accompagna tutto il viaggio fino dalle spiagge del Sud abitate da pochi pescatori e dove le strutture turistiche sono scarse, o in disuso. Il Sud è come me lo aspettavo e di più: lussureggiante è l’aggettivo giusto, abbondante di tante tonalità di verde, foglie e frutti generosi, e alberi che producono insospettabili zucche, le calebasse portate sulla testa con tanta disinvoltura dalle donne. Donne e bambini meritano attenzione e parole, sono un binomio presente ovunque, città, campagne, Nord, Sud. Anche le piccole donne che aiutano le madri e trasportano i fratellini sul dorso, con perizia e assoluta naturalezza. Sono colpita dalla bellezza della “semplicità” come scrive Marco Aime, e dalla “leggerezza” di questa gente, contrapposta alla grevità della nostra società ricca e decadente. Mi colpiscono in particolare i bambini, che in genere appaiono tranquilli, i piccoli rassicurati dal movimento del corpo della madre, i più grandicelli assorbiti da giochi relazionali o dal rincorrere il copertone di una ruota, tenuto a bada da un bastone. Cosa ti aspetti da questo viaggio ? L’ interrogativo, posto alla partenza da un amico, ogni tanto risuonava nella mente, ma non avevo fretta di darvi risposta. Sapevo i motivi razionali del viaggio, ma non mi preoccupavo di mettere a fuoco quelli più profondi, sicura che sarebbero emersi via via. Avrei atteso la risposta. D’altronde le attese e la capacità di stare dentro l’attesa è una delle prime lezioni del viaggio non so se prerogativa dell’Africa o di tutto il Sud del mondo. Gli orari non vengono mai rispettati, possono slittare di un’ora, anche di due ore e nessuno si arrabbia, ma semplicemente si pazienta, si chiacchiera, si osserva, si balla; si accettano i contrattempi come parte del destino. In fondo si tratta di un semplice adattamento al ritmo naturale delle cose. Fino dalle prime impressioni deduco che qui l’ansia e lo stress sono sconosciuti, o per lo meno non sono analoghi a quelli che noi viviamo quotidianamente, freneticamente. Come se l’essenza della nostra cultura fosse quella di costringere le cose ad andare come vogliamo noi. A volte, terminata l’attesa del pulmino che consentiva gli spostamenti necessari alla conoscenza di persone e luoghi, si scopriva che era privo di benzina. Seguiva un pellegrinaggio verso vari distributori abusivi, e le relative contrattazioni sul prezzo, sparato alto, essendo il pulmino pieno di bianchi, di yovo o batouré come veniamo chiamati a seconda se siamo nel Sud o nel Nord del Benin. “L’Africa è un’attesa, ti dà sempre l’occasione di aspettare qualcosa; la grande emozione di un’esistenza precaria” dice Marco Aime in Taxi brousse. Il trasferimento più lungo è stato quello da Oudah a Djougou, Tititingou e Paraku su una strada asfaltata abbastanza buona e poco frequentata, tranne che da pulmini stracarichi di persone, e bagagli. Spesso sul tetto vengono trasportati animali, soprattutto capre. Lungo il percorso si attraversano zone agricole dai prodotti diversi: legno e carbonella, farine, l’onnipresente igname, ananas, pomodori…poi inizia la savana, i primi baobab, il sottobosco bruciato, la povertà di tanti villaggi dove donne e bambini si accalcano intorno ai pozzi. E gli uomini sostano oziosi sotto un mango! Mi colpisce, in questo trasferimento, il comportamento quasi da adulta di Magnificat, due anni e mezzo, in braccio alla madre Justine, senza un capriccio, senza che ci accorgessimo della sua presenza. Inevitabile il confronto con le isterie dei nostri bambini. Durante il percorso sono a disagio per le normali funzioni fisiologiche che, dai locali, vengono espletate con tutta naturalezza anche ai bordi delle strade, mentre accanto le persone si affaccendano intorno a varie opere. Soprattutto le donne, con grandi carichi di frutta sulla testa, vengono incontro al pulmino per cercare di vendere prodotti quali banane, ananas, papaie: buonissimi! In fondo per me si tratta di riadattarsi a condizioni igieniche già vissute negli anni ’50, in una infanzia trascorsa tra aie e letamai. A giudicare dalla quantità di foto i baobab mi hanno affascinato quanto le persone, ho sentito di fronte alla loro maestà la stessa soggezione, lo stesso rispetto che provo per le nostre querce secolari. Quando poi ho letto che negli incavi degli alberi più grandi vengono sepolti i griot, i cantastorie, mi sono commossa. Emozionante, dopo la fatica del cammino sull’altopiano dell’Atakora, l’ingresso nella grotta sacra di Varum, dove erano ancora visibili le ceneri di un sacrificio recente. Nelle vicinanze una donna in preda non so a quale malessere parlava da sola e camminava raccogliendo fiori rosso-arancio da cui si ricava una salsa piccante. I bambini del popolo Taneka, che si è ritirato sull’altopiano per sottrarsi alla tratta degli schiavi e che vive come allora, ci seguono, alcuni cantilenando, e ci toccano le mani, le nostre mani bianche, quale semplice curiosità per il diverso. E’ da questo gesto e dal loro sguardo stupito che nasce in me, per la prima volta, la coscienza di essere bianca! L’incontro con il re dei Taneka avviene sotto un manifesto che dichiara fuorilegge le mutilazioni sessuali; quale sarà la situazione reale? La figlia del nostro accompagnatore mi dice che, soprattutto nel Nord del Benin, è una pratica ancora diffusa. E’ ipotizzabile che potrà essere superata solo dalla alfabetizzazione delle donne, ma oltre agli strumenti di emancipazione occorrerà molto coraggio per andare contro la mentalità patriarcale. Nei villaggi non c’è corrente elettrica e al calar del sole è il buio a farla da padrone. Kapuscinski, grande conoscitore dell’Africa, afferma che “il buio rafforza il bisogno di stare insieme, in gruppo, in compagnia. In Africa le prime ore della notte sono il momento della massima socialità. Nessuno vuole stare solo. Stare soli? Che disgrazia, che condanna! Qui i bambini non vanno mai a dormire prima dei grandi. Il sonno è una contrada dove ci si addentra tutti insieme, con la famiglia, con il clan, con il villaggio al completo”. Devo dire che la prima impressione dell’Africa, a pochi metri dall’aeroporto di Cotonou, è stato proprio il buio. Abituati a tanta luce, a tanto spreco di luce, mi colpisce il buio che domina anche nelle strade importanti, popolate di ambasciate e istituzioni. Più tardi scoprirò che le tante strade buie di Oudah vengono percorse tranquillamente dai locali. Io e Grazia, dimenticata la pila, una sera camminavamo dicendoci “facciamo come fanno loro, piano piano… oltretutto noi bianche siamo più visibili”. E di nuovo riaffiora la coscienza di essere bianca, ancora ribadita nell’essere toccata e attentamente scrutata dai bambini che giocavano intorno a una barca sul lago di Ouemè, o nel vedere fuggire i più piccoli alla visione di noi bianchi… Ma se tra le centinaia di foto, dovessi sceglierne una che rappresenta il Benin o il Togo di oggi, non avrei dubbi: quella che ritrae un motorino made in Japan con sullo sfondo la bancarella su cui sono collocate bottiglie di varia grandezza, piene di un liquido giallo che non è birra, come inizialmente credevo, ma benzina di contrabbando, di sicura provenienza nigeriana. Altra sorpresa è stato scoprire come il cellulare fosse sempre funzionante, anche nella savana, e in zone lontane dalle città. Già, le città. Cotonou e Lomè, invase da sciami di motorini oltre che da auto produttrici di spesse quantità di CO2, non mi hanno certo entusiasmato: grande caos e aria irrespirabile oltre al fenomeno degli slums dove si accalcano coloro che lasciano le campagne in cerca di fortuna o di un miglioramento il più delle volte solo immaginato. In un sobborgo di Cotonou visitiamo Afamies, ong legata ad Emmaus, che si occupa di microcredito e di bambini schiavi, ceduti da famiglie troppo numerose, non in grado di farsene carico. Visitiamo un mercato di pesce essiccato dove è stato allestito uno spazio di apprendimento anche informatico, un luogo dove, per un parte della giornata, i bambini vengono strappati al lavoro. Sui francobolli del Benin compare un invito a sconfiggere la tratta dei bambini. Numerosi anche i cartelli pubblicitari che sollecitano le bambine a frequentare la scuola. Sembra che il Presidente Yoyi Boni, eletto democraticamente nel 2006, sia molto amato: ha abbassato le tasse per le scuole pubbliche, sovvenzionato gli agricoltori, ha dichiarato lotta alla corruzione e tende a favorire gli scambi tra una regione e l’altra del paese per integrare meglio i prodotti. Un manifesto all’interno di una classe scolastica lo ritrae sorridente e pacioso. Ma le politiche internazionali dettate dal Fondo monetario e la corsa agli agro-carburanti ha raggiunto anche il Benin: si punta sulle piantagioni di palma da olio, e di canna da zucchero da cui trarre etanolo, in diretta competizione con la produzione alimentare. E’ facile prevedere che i piccoli agricoltori avranno la peggio quando i loro interessi entreranno in conflitto con le grandi aziende. Ciò che hai visto lo conosci Ciò che non hai visto devi crederlo Qualche parola sui mercati africani, dove, come nell’antica Grecia, è proibito portare armi perché il mercato è un luogo neutrale, di pace, di discussione. Apprendo da Marco Aime che il mercato rappresenta un punto di riferimento spaziale, sociale e temporale: i giorni della settimana vengono scanditi dai luoghi dove si fa mercato. A garantire pace e neutralità sono le donne, le quali sistemano i loro prodotti sotto strutture minimali costituite da tettoie in legno o paglia. Il mercato favorisce lo scambio di informazioni, la circolazione di idee e dunque il nascere di legami alternativi a quelli fondati sulla parentela e sull’appartenenza etnica. Il ruolo economico non sembra essere il più rilevante ma sono importanti le comunicazioni: si incontra gente, si chiacchiera, si apprendono notizie, si fanno pettegolezzi…si beve birra di miglio o di sorgo. Colpisce l’intensità dei colori, degli odori, le grida, il rituale dei saluti, il suono di percussioni e tanto, tanto frastuono. Altro momento di socializzazione tutto al femminile sembrano essere i negozi di “coiffeure” dove avviene la meticolosa cura dei capelli, le tante acconciature fatte da trecce e treccine. E’ un momento rilassante, piacevole, in cui le donne mettono pausa alle tante fatiche e si lasciano andare alle confidenze. La festa del vudu a Ouidah il 10 gennaio meriterebbe una racconto a parte anche per la folta presenza di persone adulte e anziane, normalmente poco visibili in strada e per la ricorrenza vestite in modo davvero regale. E’ una occasione per rendersi conto che l’Africa non è abitata solo da bambini e giovani, ma è fatta da persone legate a tante tradizioni ancestrali e al mondo magico degli spiriti. Sono gli spiriti a stabilire il corso degli eventi, a determinare il destino umano, a decidere tutto quel che accade. Scrive Kapuscinski “Dolori, incendi, epidemie e siccità non sorgono spontaneamente dal nulla: deve per forza esserci stato qualcuno a portarli, a infliggerli a diffonderli. Ma chi? Non certo i miei, i nostri, tutta gente fidata…dunque i colpevoli sono gli Altri, gli Estranei”. Occorre pertanto stabilire chi è il nemico e andare dallo stregone perché si metta in atto la vendetta. I riti del vudu si svolgono sulla spiaggia, di fronte alla Porta del non ritorno, luogo da cui partivano uomini e donne catturati con la complicità dei regnanti africani perché diventassero schiavi dei bianchi. A partire dal secolo XVI sono stati soprattutto inglesi e olandesi a gestire la tratta degli schiavi verso le americhe. Al risveglio, nell’ultima mattina, cerco di fissare nella mente i rumori e le voci che arrivano dal cortile: il primo rumore in assoluto è quello di una scopa, una piccola scopa tenuta da una ragazzina che spazzando spazzando sembra volere fare posto al nuovo giorno. Poi il canto insistente degli uccelli, quello del gallo e i sommessi chiacchiericci delle donne che abitano la casa e riemergono piano piano dal sonno notturno. Con calma alcune di loro ci preparano la colazione: ecco, è questa calma che vorrei portare con me. E ancora vorrei portare l’allegria dei bambini ospiti de “La maison de la Joie” così discreti nei nostri confronti, così ben educati dalla autorevole Justine. All’aeroporto di Bologna le prime pagine dei giornali mostrano Napoli sommersa dalla spazzatura: in confronto ci sembra niente la sporcizia di Guezin, piccolo villaggio lacustre dove, in un tramonto giallo opaco, si è arenata più di una volta la piroga che ci ha trasportati sulla laguna, condotta da due ragazzini entusiasti per il dono di una Bic. “L’occhio dello straniero vede solo ciò che già conosce” recita un proverbio africano, dunque siamo stati davvero facilitati rispetto alla spazzatura di quel villaggio! Se è vero che il viaggio ha senso nel momento del ritorno, e ogni viaggio può farci scoprire la bellezza e il buono che c’è nella nostra quotidianità, questo viaggio può permettere di riflettere sugli agi e le comodità che abbiamo, non dandoli per scontati. Per esempio può farci valorizzare la disponibilità di beni quali l’acqua, la corrente elettrica, la grande varietà di cibo, e farci riflettere sul fatto che non sono infiniti. Il Sud del mondo ha diritto quanto noi a disporre dei beni essenziali ed è ora che noi ridimensioniamo la rincorsa avida al superfluo. E dunque cosa mi ha dato questo viaggio? Mi ha sicuramente ricollegata all’infanzia, alle voci nei cortili e nelle aie, ai giochi semplici, senza oggetti, alla terra da battere a piedi scalzi, al rapporto con la polvere, con la ciclicità della natura lasciandosi andare ai ritmi che impone anche passivamente, remissivamente, flemmaticamente. Poi accettare le attese e i contrattempi come parte della vita, dando valore all’essenza e all’essenziale. Viene in mente la frase del Piccolo Principe “non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi” o la teoria della “ghianda” di cui parla Hillman. Sì, credo che l’Africa ponga ognuno di fronte al proprio nocciolo. Me ne ha dato dimostrazione una ragazzina Somba che, mentre noi visitavamo le capanne a forma di castello, con grande concentrazione e intensità ha pestato finemente dei peperoncini nel mortaio e ha poi raccolto la polvere in una ciotola, con gravità, e cura.
Floriana Raggi
Ouidah la Porta del Non Ritorno
Finalmente a casa, dopo un’odissea di viaggio lungo un giorno, finalmente dal freddo glaciale del nostro inverno grigio europeo, nella notte profonda siamo giunti alfine al caldo umido e afoso di Ouidah: la città che più mi ha rubato il cuore di tutto il continente africano. Magia di Chatwin e del suo “vicerè”?, non so, ma fin dalla prima volta che ho visitato questa città, ho desiderato viverci e costruirci la mia casa dove un giorno fare riposare le mie membra. Qui nella spiritualità di questi riti voodoo, dove anche il cristianesimo è costretto ad essere nella sua migliore versione per poter evangelizzare i pagani che pagani non sono, ma che in realtà sono immersi nella religiosità fin dalla tenera età. Saranno i riti misteriosi, l’accoglienza della gente, la tranquillità della vita che scorre lenta, la spiaggia con le sue palme e noci di cocco, saranno i suoi templi voodoo sparsi un po’ dovunque, sarà la magia del tam tam e di riti ancestrali….non lo chiamo mal d’Africa, in quanto ho ormai forse più parenti qui che in Italia, quindi ragionando razionalmente, l’unica cosa in cui posso credere è forse in una mia vita precedentemente vissuta qui, (forse come schiavista e come negriero?, chissà), altrimenti come spiegare il fatto che solo qui trovo il mio nido, il mio heimat, my home? Mai avrei pensato una storia d’amore in un continente tanto lontano dalla mia indole (da giovane ero in realtà più attratto dal nord: Canada, Irlanda sono state infatti i primi viaggi in zaino e sacco a pelo, poi il volontariato e la voglia di “scoprire”, quello stato d’animo che la gente possedeva quando ritornava dal Continente nero. L’incontro con la ragazza che sarebbe poi divenuta mia moglie, la nascita di mia figlia, il vivere in simbiosi tra Ouidah e Faenza, il Benin e l’Italia, l’Africa e l’Europa; ecco dunque la nascita della Casa-famiglia, le prime donne accolte, i primi bimbi che tornano a sorridere; bambini che finalmente giocano e studiano. La voglia di condividere le immagini, il proprio percorso, i primi viaggi di turismo responsabile, la presunzione di poter trasmettere qualche istantanea, qualche esperienza, qualche ricordo, un’amicizia…..
Ouidah: il percorso che consiglio sempre io è il seguente: visita della foresta sacra, dove si ha un primo approccio con la religione voodoo, quindi visita del Tempio del Pitone, animale adorato e venerato in questa città; poi visita al Forte Portoghese e inizio della “strada degli schiavi”: qui per vivere l’atmosfera di questa cittadina non è male leggere “il vicere’ di Ouidah” di Chatwin ed. Adelphi sostituendo il vero nome: De Souza, e la fine di questo meticcio porto-brasiliano arricchitosi con la tratta negriera, che non è finito pazzo ma è morto nel rango che era, ovvero vicere’ e patriarca di una discendenza con centinaia di figli….Dopo, il quartiere brasiliano, chiamato così dai primi schiavi liberati in Brasile e ritornati in Africa da uomini liberi, si sosta un’attimo dove domina ancora la casa del Vicerè, nella piazza Cha-cha dove gli schiavi venivano acquistati e marchiati con il ferro ardente. Qui, in catene facevano nove volte il giro attorno all’albero dell’oblio per dimenticare tutte le loro origini, i loro ricordi, le loro radici. Venivano condotti poi alla Casa Oscura nel quartiere Zomai, dove venivano tenuti per settimane intere, nel buioi e in catene, in attesa dell’arrivo delle navi negriere. Questo aveva il duplice scopo, da una parte abituarli al buio della stiva della nave, dall’altra di creare un disorientamento fisico e psicologico nell’animo dei poveretti in catene. Quando le navi ormeggiavano al largo, nelle sere di bassa marea il carico veniva effettuato, gli schiavi costretti ad uscire, quelli che non potevano sopportare il viaggio lungo un paio di mesi venivano uccisi, oppure gettati nella fossa comune e lasciati morire di fame, poco distante abbiamo infatti un monumento che ricorda questa vergogna. Altri nove giri attorno all’albero del “non ritorno”, in modo che l’anima potesse rimanere qui, in terra africana con i propri antenati ed è ormai è il momento di arrivare alla spiaggia: nulla è cambiato da allora, se escludiamo qualche monumento: (la Porta del Non ritorno), un tempio voodoo, un monumento per celebrare l’arrivo dei missionari. In realtà, l’unico vero pericolo a questa atmosfera e ai piccoli villaggi di pescatori, sembra venire da un cartello pubblicitario che reclamizza la creazione di 6 nuovi hotel turistici, una maniera forse per intercettare quel turismo frettoloso che attraversa e non si ferma a Ouidah; dall’altra forse incosciamente la fine di una epopea e la nascita del business sulla tratta negriera. Il mio consiglio è di fare presto, a venire a visitare i siti storici e religiosi, prima che il folklore e il turismo di massa coprano e nascondano la vera essenza di Ouidah. All’arrivo in spiaggia è consigliabile dissetarsi con una buona noce di cocco, opportunatamente tagliata e servita con il machete. Non è da scartare l’idea di un giro in piroga con un pescatore, il quale con pochi chefa vi farà fare un bellissimo giretto nella laguna di mangrovie. Non resta che tornare a casa dai nostri bimbi spensierati, ben presto i turisti si lasciano andare a giochi sfrenati, persone che si credevano timide, riscoprono l’entusiasmo della loro, nostra, infanzia dove: “tutto era concesso”, era una parola che non esisteva nel dizionario della nostra educazione. Forse perchè qui i bimbi non possono permettersi il lusso di avere capricci, e la competizione per la sopravvivenza è continua….Ma ora ho voglia di restare un’attimo solo in silenzio, sentire il rumore dell’oceano sempre arrabiato, sentire il sapore della vita, di questa vita qui ora e godere del fatto che le cose che ti erano parse degne di far conoscere piacciono davvero alle persone che vengono giù….La Maison de la Joie il “nostro valore aggiunto”, il valore di un bambino, il valore di una donna in difficoltà aiutata. Quanto costa un sorriso? Non ha prezzo lo si può solo donare gratis: finalmente lontano dalle logiche di mercato, non c’è mai recessione per le buone azioni. Bene, Benin avanti così...
Flavio Nadiani
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