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  Viaggiatori responsabili: per una nuova etica del viaggio - Intervista a Renzo Garrone di G. Gatta

 

  Non è tutto oro quello che luccica. Riflessioni sul turismo: i suoi numeri ed i suoi effetti - Di Chiara Meriani

 

Crescono le esperienze di solidarietà e di "turismo responsabile". Viaggiare con gli occhi aperti... e con il cuore! - Intervista a Michele Dotti

 

  Meglio perdere il cappello che la testa - Intervista a Joseph Ki-Zerbo, di Michele Dotti.

 

  Viaggio nel paese degli "Uomini integri" - Un'esperienza di conoscenza della regione africana del Burkina Faso di Michele Dotti.

 

  Ogni anno 15.000 viaggiatori scelgono una vacanza solidale - Intervista di Chiara Meriani a Maurizio Davolio, Presidente dell’AITR

 

  Montenegro: Perasto, stella mattutina - Di Enzo Barnabà

 

  Dunja - Racconto di Enzo Barnabà

 

Turismo responsabile - Di Daniele Sacchetti  

 

  Il "trenino" di Macchu Picchu - Di Daniele Sacchetti

 

  T-ERRE: un nuovo modo di viaggiare - Intervista a Giorgio Gatta ed a Lorenzo Corelli

 

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Viaggiatori responsabili: per una nuova etica del viaggio

 

Intervista a Renzo Garrone di G. Gatta

 

Da alcuni mesi alcune associazioni del mondo del volontariato e le organizzazioni che lavorano nel campo dell’economia solidale di Faenza e di altre città vicine, stanno affrontando il tema del Turismo Responsabile mettendo insieme energie e risorse.

A seguito di una iniziativa svoltasi di recente a Ravenna riusciamo ad incontrare uno dei principali responsabili del turismo responsabile in Italia, Renzo Garrone dell’Associazione RAM, che da vent’anni studia e approfondisce il fenomeno del turismo in Italia e nel mondo.

 

D. Quali sono le modalità di un turismo diverso, migliore, più umano, più responsabile, più giusto?

 

R. Ci sono tre dimensioni fondamentali per cui si possa parlare di un turismo diverso, responsabile: una dimensione umana, una dimensione economica e una dimensione di tempo a disposizione.

La dimensione umana del viaggio si realizza in primo luogo nell’incontro e nello scambio tra le persone che condividono l’esperienza del viaggio stesso; all’interno dei gruppi si sviluppa una comunità solidale che giorno per giorno si confronta sulle attività da farsi su come farle.

Questo significa che i gruppi che sono in partenza per il Guatemala e per l’India fanno delle riunioni preparatorie prima della partenza con il nostro accompagnatore, la guida degli italiani: il tour-leader che funge da mediatore culturale.

L’incontro è il cuore del viaggio. E il viaggio è mettersi in rapporto con comunità del luogo che di solito hanno una qualche progettualità sociale. Si visitano dei progetti, che questo ha come scopo di lasciare una quota consistente del reddito che spendi sul posto a quel progetto stesso. Sovente si dorme nei villaggi, si mangia nella ristorazione locale e in più oltre a quella dimensione equa della spesa c’è anche spesse volte il finanziamento di progetti con una quota una tantum che proviene dalla quota complessiva del viaggio.

La dimensione di tempo a disposizione si traduce in un no alla fretta. Se fai poche destinazioni le fai un po’ meglio e le fai incontrando le persone, ci rifletti sopra, e non è detto che sia palloso.

 

D. Qual è la logica di lasciare i soldi a destinazione?

 

R. E’ che la gente del posto sia padrona della propria risorsa.

A differenza del commercio tradizionale, come pure del commercio equo e solidale, dove quello che sposti sono merci, li il consumatore va a destinazione e consuma direttamente sul posto.

La qualità viene ottenuta se questa risorsa fatta di servizi molteplici viene eseguita con cognizione di causa da gente del posto. La dimensione è la loro e infatti siamo noi che siamo in casa loro.

Ecco allora il mio invito, che è anche un nostro slogan: FACCIAMO UN VIAGGIO IN CASA D’ALTRI!

 

 

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Non è tutto oro quello che luccica. Riflessioni sul turismo: i suoi numeri ed i suoi effetti

 

Di Chiara Meriani

 

 

Se si escludono attività illegali quali lo spaccio di droga e lo smercio di armi, soltanto l’industria del petrolio supera in fatturato quella turistica: sono quasi 3.500 i miliardi di dollari che il turismo crea annualmente, il 6% del prodotto lordo del pianeta.

Settecento milioni di turisti muovono dunque ogni anno non solo se stessi, ma anche una gran quantità di denaro: e le cifre sono destinate a crescere. Secondo l’Organizzazione Mondiale del Turismo infatti nel 2010 saranno un miliardo le persone che varcheranno i confini del proprio Paese, e se si prendono in considerazione anche gli spostamenti all’interno di ogni Stato, gia’ oggi si raggiunge la cifra ragguardevole di 5 miliardi di viaggiatori all’anno.

 

Un mercato sempre in crescita, dunque, quello turistico, uno dei pochi che continua a promettere denaro e posti di lavoro, nonostante crisi economiche, politiche e catastrofi naturali: ma dove? Per chi? E soprattutto a quale prezzo? In due parole: chi ci guadagna e chi ci rimette?

 

Se e’ vero che sono cinque i miliardi di turisti che ogni anno si godono viaggi e vacanze, è come se tutti gli abitanti del pianeta, almeno una volta all’anno, si spostassero... In realtà non è così: l’80% dei fortunati turisti infatti appartiene a soli 20 Paesi, dislocati nel Nord del mondo. Chi è nato in un Paese povero non viaggia e spesso non può nemmeno godere del luogo dov’è nato: in Thailandia come nella Repubblica Dominicana (e la lista potrebbe continuare) la maggioranza delle spiagge sono di proprietà di grandi alberghi e villaggi turistici ed i locali non vi possono accedere. Niente mare, per chi ha avuto la sfortuna di nascere in uno dei paradisi tropicali…

 

E lo sfortunato “fratello povero” non può nemmeno godere dei soldi che il turismo porta nel proprio Paese, magari per comprare a sua volta un biglietto aereo e volare chissà dove, o per pagare l’ingresso alla spiaggia sotto casa. I benefici apportati dal turismo ai Paesi in via di sviluppo sono infatti fortemente limitati:

 

solo una minima parte del reddito generato vi rimane, mentre il 70-80% finisce nelle tasche degli imprenditori stranieri, soprattutto nei casi di vacanze all-inclusive, villaggi turistici e crociere, che non permettono alcun contatto –se non rapido e superficiale- con la gente (e l’economia) locale. Nei casi migliori ai Paesi di destinazione rimane il 50-60% del reddito creato dal turismo: in pratica dei 3.500 miliardi di dollari annui, il 60% va a Stati Uniti, Canada ed Europa.

 

Ma non e’ soltanto una questione economica: il turismo, com’è stato concepito e realizzato fino ad ora, ha spesso mangiato, consumato, modificato i luoghi dove ha messo piede. Ha creato false aspettative, conoscenza fittizia, immagini stereotipate. Certo, modificare è inevitabile: ma perché modificare in peggio?

 

Spesso gli effetti di uno sviluppo abnorme e deregolamentato del turismo sono stati deleteri per la natura, le tradizioni, la cultura dei “paradisi incontaminati”. Non si tratta soltanto della barriera corallina in pericolo o dell’estinzione di qualche rara specie animale: l’impatto del turismo è stato, e continua ad essere, violento anche sull’uomo. Il benessere che trasuda da un turista in vacanza non può lasciare impassibile chi stenta a procurarsi il cibo,   o comunque chi non è preparato ad assorbire l’impatto della cultura occidentale, spesso dei suoi aspetti più ricchi e consumistici. I locali talvolta si adattano in maniera funzionale alla presenza dal turismo, sfruttando le mode occidentali e le (proprie) immagini stereotipate: spesso ciò intacca però le abitudini, le tradizioni e la cultura originaria.

 

Si possono poi innescare dei meccanismi che portano fino alla distruzione dell’identità di un popolo o al peggioramento delle condizioni sociali: non avendo la possibilità di guadagnare in modo lecito dal turismo, sono molti quelli che cercano di ottenere comunque qualche vantaggio immediato. Chiunque sia andato a fare un viaggio in un paese povero sarà stato “assaltato” da bambini con occhi tanto furbi quanto supplicanti. Per non parlare di conseguenze ancora peggiori: alcune zone del sud-est asiatico (e non solo) sono diventate tristemente famose per il turismo sessuale, a scapito addirittura dei bambini.

 

Le popolazioni che dovrebbero essere padrone di casa nelle terre meta di tanti turisti, hanno il diritto di essere in qualche modo tutelate. Di più: dovrebbero essere lasciate libere di autogestire le proprie terre e le proprie risorse, anche quelle turistiche.

 

Negli ultimi tempi fortunatamente, anche se in misura troppo limitata, si e’ assistito alla nascita di un turismo diverso, responsabile, sostenibile e soprattuto rispettoso: della natura, delle abitudini, delle tradizioni diverse, delle persone. Un turismo che proponga un rapporto più autentico con luoghi e popolazioni, che non crei ulteriori barriere, come i cancelli “dorati” dei villaggi turistici… ma offra opportunità d’incontro, conoscenza reciproca, arricchimento culturale, prima che economico. Un turismo che offra ad entrambe le parti, visitati e visitatori, soddisfazioni più grandi e risultati più duraturi.

 

Chiara Meriani

chiarameriani@hotmail.com

 

Chiara Meriani collaboratrice del Progetto "Per una nuova etica del viaggio", vive a Trieste ed è laureata in Scienze delle Comunicazioni. Lavora a Telecapodistria (Koper, Slovenia) e da alcuni anni si sta occupando di turismo responsabile.

 

  

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Crescono le esperienze di solidarietà e di "turismo responsabile"

Viaggiare con gli occhi aperti... e con il cuore!

 

Intervista a Michele Dotti

 

 

Abbiamo incontrato Michele Dotti, volontario di Mani Tese - Comitato di Amicizia di Faenza, ancora giovane ma già con una lunga esperienza di viaggi in Africa. Esperienza partita dalla cooperazione internazionale, per seguire i progetti di sviluppo dell'Associazione, ma che poi si è allargata anche a molti altri faentini, creando un "ponte" fra la nostra comunità ed alcune comunità del Burkina Faso.

Su questo "ponte" vorremmo camminare, e cerchiamo di farlo insieme a Michele, attraverso alcune semplici domande:

 

Com'è nata l'idea di accompagnare gente in Burkina Faso?

Quando andai in Africa la prima volta, nel 1994 non avevo certo in mente che un domani avrei potuto accompagnare altre persone a scoprire questa realtà. Partivo per un campo di lavoro col desiderio di aiutare i più poveri e bisognosi, e con tanta curiosità in valigia.

E' stato a grazie a Raffaele Gaddoni, che mi ha fatto scoprire l'Africa con un occhio particolare, che ho capito quanto si può fare per aiutarla a risollevarsi dalla sua condizione di miseria, e quanto essa ci possa anche lasciare su un piano umano, se sappiamo incontrarla con sincerità ed un pizzico di umiltà.

Il Burkina mi ha dato tantissimo, su un piano umano, e ad un certo momento ho sentito il desiderio di condividere questa ricchezza con altre persone; ho iniziato accompagnando i miei familiari ed amici, poi è stata la volta dei volontari di Mani Tese e Comitato di Amicizia, che venivano a toccare con mano il frutto del loro impegno, cioè i progetti di sviluppo realizzati! Negli anni abbiamo lavorato proprio per creare le condizioni di accoglienza che permettessero di stare in mezzo alla gente in buone condizioni. Oggi chiunque può partecipare a questo viaggio, e sono già più di cento le persone che hanno conosciuto questa realtà e possono testimoniarla direttamente.

 

Come ci si prepara ad un viaggio di questo tipo?

Prima di partire organizziamo un percorso di preparazione al viaggio di 3 o 4 incontri; non si tratta solo degli aspetti pratici, tipo biglietti aerei, visti, vaccinazioni... ma di una preparazione al viaggio anche dal punto di vista culturale, sociale e di una prima conoscenza fra i partenti che è fondamentale per avere un gruppo affiatato e vivere davvero una bella esperienza.

 

Qual è lo spirito del viaggio?

Lo spirito con cui nasce questo viaggio è quello di un'esperienza di condivisione con la gente dei villaggi e con la "società civile" del paese, quindi almeno una settimana su tre trascorre in un villaggio (a Tangaye), a stretto contatto con la popolazione, per cercare di capire -vivendola- la loro realtà, i problemi, le speranze...

Insieme alla gente del posto si vive, si va a prendere l'acqua e la legna, si va al mercato del villaggio ai piedi del grande baobab, si fanno incontri... questa a mio avviso è la parte più bella, sul piano umano!

In questo villaggio ed in altri della zona di Diabò, con cui il Comitato di Amicizia è gemellato da oltre vent'anni, abbiamo inoltre realizzato vari progetti che andiamo a visitare: pozzi, scuole, mulini, dighe e una maternità. Una quota del viaggio va a sostegno di progetti di solidarietà come questi.

Ci si sposta poi verso nord per alcuni giorni, per visitare insieme a Theophile e Valerie (animatori di villaggio di Mani Tese) altri villaggi in cui si sono finanziati progetti, si incontrano gli artigiani del commercio equo e solidale, poi ci sposta verso l'ovest del paese per alcuni giorni e infine verso l'estremo nord, per visitare una serie di realtà associative interessantissime: a Ouahigouya, ad esempio si trovano i Gruppi Naam, che sono la forma di associazionismo contadino di base più grande di tutta l'Africa, con più di 600.000 associati!!!

Questa parte è molto ricca sia su un piano storico-culturale (gli antichi quartieri di Bobò, la grande moschea, il palazzo dell'antico imperatore, etc...) che paesaggistico-naturalistico (nell'estremo ovest si trovano i campi di canna da zucchero, le cascate, gli ippopotami, gli elefanti, etc...) e soprattutto sociale: ad esempio passiamo vari giorni presso il Centro Sirabà a Bobò: un Centro di formazione d'arte ed artigianato che attraverso musica, danza, teatro coinvolge i giovani di strada e cerca di restituire loro una dignità perduta, anche attraverso la formazione, e svolge un'importante opera di sensibilizzazione sul tema dell'Aids attraverso uno spettacolo di teatro nelle scuole e nei villaggi; da questo centro, inoltre, abbiamo iniziato un'importazione diretta di abbigliamento equo e solidale con la Campagna "Equo anch'io"!

 

Che prospettive avete per l'avvenire?

Guardiamo al futuro quasi con "nostalgia", nel senso che ce lo aspettiamo ancora molto ricco ed intenso!

Questo anche perché questi nostri viaggi non sono più una cosa spontanea ed informale come è stato per tutti questi anni ma, grazie alla fiducia e alla collaborazione dell'Agenzia "FAVENTIA TOURIST" che ha lanciato il Progetto di Turismo Responsabile "Per una nuova etica del viaggio", stanno diventando dei percorsi più strutturati e sempre meglio organizzati.

Il Progetto, coordinato con uno straordinario impegno da Giorgio Gatta, ha raccolto per questo primo anno proposte di viaggi in Senegal e Burkina Faso, e dal prossimo anno si allargherà anche a Messico, Argentina, Cameroun, Marocco e all'est europeo, oltre a numerose proposte di viaggio anche in Italia, sempre nello spirito del turismo responsabile.

Viaggiare nel rispetto delle persone e dell'ambiente, con gli occhi ed con il cuore aperti alle difficoltà ma anche alle speranze delle popolazioni che si incontrano, oggi è possibile.

 

 

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Meglio perdere il cappello che la testa

 

Intervista a Joseph Ki-Zerbo, di Michele Dotti.

 

 

Incontriamo il Prof. Joseph Ki-Zerbo, il più grande storico africano, nella sua casa di Ouagadougou, in Burkina Faso. L’occasione si presenta grazie all’amicizia che lo lega da anni ad uno dei partecipanti al nostro viaggio di turismo responsabile, Anastasio Ferrari, e nonostante le sue condizioni di salute precarie.

 

E’ in piedi solo da pochi giorni, ci dice, dopo 5 mesi passati a letto in malattia, “Quando stavo male – sorride, come sempre – c’era una folla tale di gente che mi voleva rendere visita, che abbiamo dovuto chiudere il cancello esterno. Mia moglie li informava ogni giorno sulle mie condizioni…”. Lo troviamo molto invecchiato e sembra impossibile che un corpo così provato possa contenere una mente tanto lucida e brillante!

 

Ci chiede cosa pensi la gente in Europa dell’Africa. Gli risponde Giorgio Gatta, di Pax Christi, che molti non ne sanno proprio nulla se non quello che la tv ci presenta, che spesso sono solo gli aspetti più negativi, le guerre, le carestie… L’informazione ha un ruolo decisivo nell’immaginario collettivo sull’Africa. Allora rovescio la domanda al Professore, chiedendogli cosa ne pensa lui dell’Europa. Mi sembra che l’Europa in un primo momento si sia distinta abbastanza, per la maggior parte dei paesi, dalla politica americana di Bush sulla guerra, ma ora temo che in nome della sicurezza, spinti dalla paura, si possano legittimare azioni che schiaccino i più deboli del pianeta”.

 

Gli chiedo allora cosa servirebbe all’Africa oggi, per risollevarsi. “Le priorità per l’Africa oggi sono tre: anzitutto l’Unità africana, poi l’educazione, e infine la democrazia. Ma è l’unità africana la vera priorità, senza la quale non ci sarà mai democrazia, perché senza un mercato interno africano non ci può essere il valore aggiunto che viene dalla lavorazione delle merci; e così non ci può essere la classe media che è alla base della democrazia. Ora abbiamo solo pochi ricchi che si arricchiscono sempre più, mentre le masse sono sempre più povere; in questo modo rimarremo sempre solo produttori di materie prime per gli altri; non “soggetti della nostra storia”, ma “oggetti della storia degli altri”. Un proverbio burkinabé dice che  “I legni bruciano solo quando stanno vicini”. Noi ora siamo divisi, e nessun paese da solo può farcela ad uscire dalla crisi. Dobbiamo riunirci per accendere il fuoco, solo allora potremo donare un colore nuovo all’arcobaleno della storia umana, il colore dell’Africa. Solo uniti potremo avere una personalità ed è in questo che abbiamo bisogno non tanto di aiuti economici, ma di ricostruire il tessuto delle relazioni.

 

“Meglio perdere il cappello che la testa” recita un proverbio; beh, oggi l’Africa sembra più preoccupata del suo cappello che della sua testa e il rischio è quello dell’omologazione culturale. Senza unità africana avremo non solo povertà ma un continuo impoverimento e questo sta portando ad una urbanizzazione sempre più rapida che ha un duplice effetto negativo: spopola le campagne che invece avrebbero tanto bisogno dei loro giovani, e ingrossa le file dei disperati nelle città; questi poi, emigrando andranno a cercare lavoro in Europa. Però noi sappiamo bene che ora non c’è lavoro in Europa! La disoccupazione, del resto, è un fatto strutturale, come è strutturale il debito estero.

All’ultimo G8 i potenti della Terra hanno teso una mano verso l’Africa, ma questo non basta! Io sono sicuro che se noi oggi cancellassimo il debito dei paesi poveri, domattina si sarebbe già riformato, perché è strutturale. Non basta cancellare il debito, bisogna cambiare le regole del gioco! La crisi attuale è il frutto delle politiche neo liberiste e della deregolamentazione. Le regole sono necessarie, non può essere lasciato tutto nelle mani delle imprese private”. Gli chiedo allora “Pensa che arriveremo mai all’unità africana?

 

Quanto tempo ci vorrà?”. Sorride. “E’ molto difficile, perché un’Africa unita fa paura a molti. Ma noi non chiediamo più potere per dominare, ma solo per poter essere liberi e indipendenti davvero. Quanto ci vorrà? Nessuno può saperlo. Credo però che dobbiamo cercare di realizzarla nel medio periodo, in decenni, perché se ci adagiamo a ragionare sui tempi lunghi, sui secoli, forse non ci arriveremo mai”.

 

Noi siamo senza parole, lui invece è radioso e ci lascia ringraziandoci: “Ascoltare è donare e voi mi avete ascoltato a lungo, per questo voglio ringraziarvi molto”.

 

Ci congediamo auspicando di vederlo ancora in Italia, in marzo, il prossimo anno, al Convegno Internazionale sull'Africa di Ancona. Ci risponde che gli piacerebbe tornare in Italia, anche per andare a trovare gli amici dell'Universita' di Padova che gli hanno conferito qualche anno fa la Laurea Honoris Causa.

Usciamo da quella casa dopo quasi un’ora di incontro, certi di aver incontrato uno dei più grandi uomini dell’Africa: un uomo che la storia non l’ha solo studiata, ma la sta scrivendo giorno per giorno.

 

 

Joseph Ki Zerbo, laureato in Storia alla Sorbona nel 1953 e diplomato all'Institut d'Études Politiques di Parigi nel 1955, laureato HC all'Università del Ghana, dopo un'attività decennale di insegnamento nelle scuole superiori in Francia, Senegal, Guinea Conakry e Alto Volta, dal 1968 al 1973 ha ricoperto la cattedra di Storia all'Università di Ouagadougou. È una delle personalità più autorevoli e cristalline della cultura e della politica del Burkina Faso: storico di professione, membro del Parlamento, Presidente del maggior partito di opposizione, conduce una campagna serrata per l'affermazione della democrazia in Burkina Faso e nell'Africa intera. La sua "L'Histoirie de l'Afrique Noire", pubblicata nel 1972, rappresenta ancor oggi uno dei riferimenti d'obbligo per la storiografia del continente africano, evidenziando i rapporti complessi e contradditori tra le strutture di base e gli apporti della colonizzazione nella costruzione dell'Africa contemporanea.

Nel 2005 e' uscito un suo libro edito dalla EMI, dal titolo "A quando l'Africa?".

 

 

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Viaggio nel paese degli "Uomini integri"

 

Un'esperienza di conoscenza della regione africana del Burkina Faso di Michele Dotti.

 

Recita un proverbio africano: “L’occhio dello straniero vede solo ciò che già conosce”. Se questo è vero, quale può essere dunque il senso del viaggio? Il rischio di “incontrare” l’Africa senza conoscerla è realmente molto alto, perché sono troppi gli stereotipi e le immagini che portiamo dentro di noi riguardo al “continente nero”. C’è l’Africa delle catastrofi (guerre e carestie) che ci presenta la tv, da cui sembrerebbe bene stare debitamente alla larga. C’è l’Africa esotica dei racconti di viaggio e di tanti depliant delle agenzie turistiche, un mito che molti inseguono. A proposito dell’esotismo un giovane giornalista indiano ha scritto: «Non capisco come facciano gli occidentali a vedere misticismo in ogni cosa che incontrano. Tutto gli sembra sacro, magico, equilibrato, in armonia con il mondo. Io mi guardo intorno e vedo solo un paese in crisi». C’è infine un’Africa che non appare, “l’altra Africa” per usare un’espressione cara a Serge Latouche, l’Africa della società civile che cammina, lavora, si organizza, sogna un avvenire diverso e cerca di costruirlo attraverso tante piccole e grandi iniziative comunitarie, partecipate e condivise giorno per giorno. E’ quest’Africa che io ho conosciuto in tanti anni di viaggi in Burkina Faso. La mia esperienza è partita dalla cooperazione internazionale, grazie all’Organizzazione non Governativa Mani Tese di cui faccio parte da oltre 11 anni. In questo paese, il terzo più povero al mondo, abbiamo realizzato nel corso degli anni centinaia di piccoli progetti in partnership con i gruppi di villaggio, con le cooperative, con le associazioni locali. Progetti volti a creare autosufficienza alimentare ed economica, a garantire i bisogni primari e a sviluppare agricoltura, allevamento, artigianato, microcredito. Per anni sono tornato in Burkina Faso per seguire questi progetti, come semplice testimone, non come responsabile o cooperante.

Un viaggio fuori catalogo di condivisione

Col tempo molti giovani si sono uniti a questi viaggi, col desiderio di scoprire il Burkina Faso da un’altra prospettiva. E’ nata così un’esperienza di viaggi responsabili che ha già coinvolto oltre 100 persone in questi ultimi anni. Lo spirito di questi viaggi è quello della conoscenza e della condivisione, cercando di scoprire la realtà insieme alla gente, specialmente nei villaggi, rimanendo fermi per vari giorni in uno stesso luogo, condividendo le attività quotidiane (la corvé dell’acqua al pozzo, e della legna, la battitura del miglio…), ma anche i problemi, le speranze… Per prepararsi a tutto questo facciamo un percorso di tre o quattro incontri, in cui approfondire gli aspetti culturali, storici, economici del paese, anche attraverso il linguaggio del cinema, per cui il Burkina è famoso in tutta l’Africa: ogni due anni si tiene il Fespaco ovvero il Festival del Cinema Panafricano. Un viaggio di conoscenza e di condivisione non ha lo stesso spirito dei last minute; vuole essere infatti rispettoso della realtà che si va ad incontrare e punta a costruire dei rapporti umani, non solo una galleria di foto paesaggistiche da riportare in Italia! Il Burkina Faso è fuori da ogni catalogo del turismo di massa; eppure può offrire moltissimo a chi sappia avvicinarsi con un passo discreto!
Nei nostri viaggi andiamo a incontrare le comunità in cui sono stati finanziati i progetti di Mani Tese e l’accoglienza straordinaria è un elemento su cui riflettere; incontriamo anche gli artigiani che producono per il circuito del commercio equo e solidale batik, bronzi, tessuti bogolan. E’ l’occasione per visitare anche i siti archeologici con le pitture rupestri ad Aribinda e Pobe-Mengao, scoprire Gorom Gorom e il suo coloratissimo mercato, il deserto con le dune ad Oursì nel profondo nord del paese, alloggiando nel campement tuareg a Gandefabou; i campi di canna da zucchero a Banforà, le cascate e un meraviglioso lago di ninfee popolato dagli ippopotami a Tengrelà. Poi ancora le 9 moschee di Banì, costruite sulla collina, il parco naturale Deux Balé con i suoi elefanti, e ancora le miniere d’oro a cielo aperto, a Yakò, affascinanti e impressionanti al tempo stesso! Ma quello che resta più forte nel cuore dei partecipanti al ritorno, è sempre il periodo trascorso insieme alla gente al villaggio, perché come scrive Pino Cacucci: «
Si possono percorrere milioni di chilometri in una sola vita senza mai scalfire la superficie dei luoghi né imparare nulla dalle genti appena sfiorate. Il senso del viaggio sta nel fermarsi ad ascoltare chiunque abbia una storia da raccontare». Noi abbiamo scelto semplicemente di prenderci questo tempo.

 

(Tratto dalla rivista di economia, finanza e consumo equosolidale ilCONSAPEVOLE numero 4/2005 www.ilconsapevole.it )

 

 

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Ogni anno 15.000 viaggiatori scelgono una vacanza solidale

 

Intervista di Chiara Meriani a Maurizio Davolio, Presidente dell’AITR, andata in onda il 15 agosto 2005 su Radio Capodistria per la trasmissione “Onde Radio Amiche”

 

“Un vero viaggio non è cercare nuove terre, ma avere nuovi occhi” scriveva nel 1600 Blaise Pascal. Un’osservazione che oggi suona più attuale che mai: si sta infatti assistendo ad una lenta inversione di rotta e spesso chi parte non vuole essere più turista, ma viaggiatore. E se le mete sono le stesse, cambia l’approccio al viaggio, l’atteggiamento, lo sguardo appunto. Sembra che almeno parte del turismo aspiri a diventare (o a tornare ad essere) viaggio e a ritrovare il sapore della scoperta e dell’incontro con l’altro: ecco allora che si sente parlare sempre più spesso di turisti consapevoli e viaggi solidali. Ma quale dovrebbe essere lo sguardo di un viaggiatore responsabile ce lo racconta Maurizio Davolio, Presidente dell’AITR, l’Associazione Italiana Turismo Responsabile.

Per turismo sostenibile, noi intendiamo un tipo di turismo che pone al centro la comunità ospitante. Mentre in genere ci si preoccupa degli interessi dei viaggiatori, noi ci occupiamo prioritariamente degli interessi della comunità che riceve i turisti: ci preoccupiamo cioè che la comunità ospitante possa decidere veramente se vuole il turismo, che tipo di turismo si aspetta e che possa ricevere il massimo delle ricadute positive dal punto di vista economico, sociale, imprenditoriale ed occupazionale.

 

Quanti sono, se si può stimare una cifra, i viaggiatori che partono per vacanze e viaggi “solidali e consapevoli”?

La sensibilità dei turisti per gli aspetti di natura etica sta crescendo. Non è facile stabilire una cifra, perché è impossibile calcolare il numero dei turisti fai-da-te. Noi stimiamo che attualmente siano circa 15.000 all’anno le persone che, dall’Italia, partono per viaggi e soggiorni ispirati ai principi del turismo responsabile. Tra questi viaggiatori c’è una forte prevalenza femminile, che raggiunge circa il 60%. Inoltre anche molti turisti fai-da-te si organizzano secondo le regole del turismo responsabile.

 

Questo tipo di viaggi viene proposto dalle organizzazioni che fanno parte dell’AITR, l’Associazione Italiana Turismo Responsabile. Quante sono oggi le associazioni che in Italia si occupano di questo tipo di turismo?

I nostri associati attualmente sono 63, tutte persone giuridiche quindi associazioni o cooperative. Di questi, una quindicina organizzano effettivamente viaggi: tra di essi, cinque hanno una licenza di agenzia di viaggio o di tour operator e quindi possono affrontare il mercato liberamente. Gli altri possono invece proporre viaggi unicamente ai loro associati.

 

In un certo senso, si assiste ad una specie di sdoppiamento delle offerte turistiche: da una parte i classici tour operator, dall’altra queste nuove associazioni. Secondo lei, il turismo responsabile si potrà allargare anche al resto del mercato o è destinato a rimanere un turismo di nicchia?

Noi lavoriamo su due direttrici: una è avere le nostre programmazioni, che sono il più possibile ispirate ai principi del turismo responsabile; nello stesso tempo però cerchiamo un dialogo con l’industria turistica, per vedere se - almeno gradualmente e parzialmente - possa accettare una parte dei principi del turismo responsabile: mi riferisco al rapporto con la popolazione, che dovrebbe essere più ricco, più profondo, con una frequentazione degli eventi culturali e folkloristici approfondita e non banalizzata. Infine, il turismo responsabile suggerisce di acquistare cibi e bevande del luogo, in modo da creare ricadute positive sul territorio. Queste sono linee di azione che volendo possono essere accettate anche dall’industria turistica tradizionale.

 

Che cosa può fare una persona che desidera lavorare nel settore del turismo sostenibile?

Inizialmente pensavamo di creare delle figure professionali specifiche, poi ci siamo accorti che non era la strada giusta. La strada giusta è quella di favorire, nei processi formativi delle figure professionali attualmente riconosciute, dei momenti di apprendimento dedicati al turismo responsabile. Quindi l’accompagnatore turistico, la guida, il direttore tecnico, il direttore d’albergo, il banconista… tutte queste figure professionali dovrebbero avere l’opportunità di conoscere il turismo responsabile e metterlo in pratica successivamente nelle proprie attività di lavoro. Per il momento collaboriamo con alcune università e con diversi centri di formazione superiore: l’Università di Bologna, il Polo Didattico di Rimini, l’Università Bicocca di Milano, la Trento School of Menagement, il Centro Studi Albalonga del Centro Turistico Studentesco e ultimamente anche con l’Università di Ferrara. Collaboriamo sia con i corsi universitari che con i Master e, successivamente, anche con gli stage, grazie ai quali i partecipanti hanno la possibilità di conoscere dal vivo il turismo responsabile, venendo appunto a fare dei periodi di pratica nelle nostre associazioni. Poi collaboriamo anche con gli Istituti di Formazione Professionale e, saltuariamente, con gli Istituti statali professionali del turismo.

 

Per quanto riguarda le destinazioni offerte, solitamente si tratta dei cosidetti “Paesi in Via di Sviluppo”, ma esiste la possibilità di fare turismo responsabile anche nel Nord del Mondo, Europa, Australia, Stati Uniti, Giappone… o questi paesi sono ancora appannaggio completo del turismo cosiddetto di massa?

I principi e le regole del turismo responsabile sono applicabili a qualunque tipo di viaggio e a qualunque tipo di soggiorno. Certamente, nel Sud del mondo gli effetti collaterali e le patologie del turismo sono molto più evidenti, e quindi la nostra preoccupazione per questi paesi è decisamente maggiore. Accade nel Sud del mondo che soltanto una piccola parte della cifra spesa dal turista resti effettivamente nelle tasche dei residenti, è là che si verificano fenomeni gravissimi come la prostituzione infantile e il turismo sessuale… è là che c’è il rischio molto forte della devastazione ambientale ed è in questi paesi che i turisti si permettono di comportarsi in modo arrogante, prepotente, con una presunta superiorità socioeconomica nei confronti dei locali. Ma anche nel Nord del mondo si possono adottare i principi del turismo responsabile: curare la preparazione al viaggio, rispettare l’ambiente, rapportarsi alla popolazione in modo più vero, avvicinarsi alle tradizioni, ad esempio alla cucina locale… Noi italiani abbiamo questo vizio di cercare sempre il café espresso o la pizza… Turismo responsabile invece significa anche immergersi nelle tradizioni culinarie di un paese! Tutto questo si può fare in qualunque luogo, anche in quei paesi ad economia turistica sviluppata, come l’Italia stessa.

 

Per quanto riguarda la preparazione al viaggio, solitamente chi parte compra delle riviste o delle guide turistiche. Qual è la sua opinione riguardo la stampa di settore?

Noi all’interno dell’AITR abbiamo anche un editore, Terre di Mezzo, che produce delle guide decisamente orientate al turismo responsabile, guide che stanno riscuotendo un buon successo. Ma ci sono anche altri editori ed alcune riviste molto sensibili al tema del turismo sostenibile... Volendo, ai viaggiatori non mancano le occasioni per documentarsi. In particolare, si possono trovare molte informazioni anche presso le Botteghe del commercio equo e solidale, che sono tantissime e ospitano volentieri i nostri prodotti.

 

Per concludere, le chiederei un suggerimento per chi volesse aggiungersi ai 15.000 viaggiatori che ogni anno scelgono una vacanza responsabile e solidale...

In questo periodo stiamo ristrutturando il nostro sito www.aitr.org e tra breve saremo in grado di presentare le programmazioni dei nostri associati. Quindi, navigando in Internet, si potrà direttamente scegliere il proprio viaggio... non perdetene l’occasione!

   

(Tratto dalla rivista di economia, finanza e consumo equosolidale ilCONSAPEVOLE numero 4/2005 www.ilconsapevole.it)

 

Chiara Meriani collaboratrice del Progetto "Per una nuova etica del viaggio", vive a Trieste ed è laureata in Scienze delle Comunicazioni. Lavora a Telecapodistria (Koper, Slovenia) e da alcuni anni si sta occupando di turismo responsabile.

 


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Montenegro: Perasto, stella mattutina

 

Di Enzo Barnabà

 

 

Nel breve tratto della costa montenegrina che separa la Croazia dall’Albania, all’altezza dell’Abruzzo, si apre l’insenatura più profonda dell’Adriatico, un fiordo dalle acque placide chiuso da imponenti montagne al di là dalle quali é passato per lunghi secoli il confine tra occidente ed oriente, tra l’Europa mediterranea ed i misteriosi Balcani. Sono le Bocche di Cattaro, un fiordo che s’insinua verso l’interno per quasi trenta chilometri, lambendo eleganti borghi dall’inequivocabile impronta veneta, adagiati a ridosso di quei grandiosi costoni rocciosi. L’Adriatico penetrando nelle terre genera due gruppi di baie – formidabili approdi naturali – che tra loro comunicano tramite un esiguo passaggio, lo Stretto della Catene, così chiamato perché nel medioevo tra le sue due sponde venivano appunto tese delle catene a difesa della parte più celata del fiordo, dagli attacchi della pirateria ottomana.

Ad un tiro di schioppo dallo stretto, a fargli da guardia, Perasto, la città “fedelissima e valorosissima”, come la definirono i veneziani, che aveva il privilegio di custodire il vessillo della Serenissima e di fornire i dodici gonfalonieri che formavano la guardia ravvicinata del Doge durante le battaglie. (E di questi nobili giovani, sia detto per inciso, a Lepanto ne morirono ben otto per salvare Doge e gonfalone di S. Marco). Oltrepassato lo stretto, proprio davanti a Perasto, si avrà la sorpresa di scoprire due graziose isole che si fanno compagnia, poste come sono l’una accanto all’altra. Da un lato, quella di S. Giorgio, col suo boschetto di cipressi, che fu nel medioevo sede di un’importante abbazia  benedettina, centro di irradiazione del cristianesimo in questa parte dei Balcani; dall’altro, quella dello Scalpello (“Gospa od Skrpjela” in serbocroato ) la cui storia merita di essere narrata al viaggiatore.

Nei tempi antichi l’isola non esisteva ancora; in quello specchio d’acqua emergeva soltanto uno scoglio dalla forma appuntita dello scalpello. A metà Quattrocento, in seguito ad un voto collettivo (la leggenda parla di sogni premonitori e di miracoloso ritrovamento di un quadro), i perastini presero a buttargli rocce e sassi intorno al fine di farlo diventare un isolotto su cui costruire un tempio dedicato alla Vergine. Un secolo dopo – siamo nel 1536 – non vedendo tangibili riscontri alla loro fatica (il fondale supera i 40 metri), i cittadini, stanchi, decisero di risolvere il problema in modo assai opinabile. Si recarono a S. Giorgio a sentir messa e alla fine del culto, ingiunsero all’Abate (dopo la partenza dei Benedettini, i perastini avevano con disappunto visto passare i luoghi nelle mani dell’alleata-concorrente città di Cattaro) di consegnare loro l’isola con i connessi titoli e diritti impostitivi. Al diniego, i congiurati sguainarono i pugnali e fecero a pezzi il poveretto. Il Papa si affrettò da Roma a scomunicare l’intera comunità, mentre Venezia la bacchettò a dovere. Ai perastini, oltre che a chiedere perdono, non restò che  riprendere il loro estenuante lavoro. Un secolo dopo, a metà Seicento, affondando anche più di un centinaio di relitti ricolmi di sassi, l’isola aveva assunto la forma (quella di uno scafo) e le dimensioni (3030 m2) che attualmente possiede: si poteva dare inizio alla costruzione della bella chiesa barocca dall’elegante campanile circolare. L’opera di seigenerazioni di perastini che si erano per due secoli trasformati in ostinate formiche, fatte le dovute proporzioni era stata immane quanto quella per la costruzione della muraglia cinese. Ogni anno, il 22 luglio, le barche della città legate come in un sol fascio (la cerimonia si chiama appunto “fascinada”) si recano in solenne e commossa processione nell’isola evocatrice di storie e di fantasmi che sfumano e si perdono nel mistero del passato. All’alba, quando i raggi orizzontali del sole oltrepassano il Monte Lovcen e cominciano a rischiarare il fiordo, essa ci  appare utopica come a colui che per primo la sognò: un irreale, seducente miraggio.

 

Enzo Barnabà ha svolto la sua attività di ricerca sia nel campo della francesistica, pubblicando vari manuali di letteratura, grammatica e civiltà, sia in quello della storia delle classi subalterne, occupandosi in particolare del massacro di Aigues-Mortes (Le sang des marais, 1993, Morte agli Italiani!, 2001) e dei Fasci siciliani (Il meglio tempo, 1998). Ha insegnato francese nei licei italiani ed italiano e storia nelle Università di Aix-en-Provence, Scutari, Niksic e Abidjan.
Nel 2004 ha scritto "Dietro il Sahara - Africa nera tra mondo magico e modernità", casa editrice Philobiblon.

 

 

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Dunja

 

Racconto di Enzo Barnabà

 

 

  "L'appuntamento è al bar della piazza della cattedrale, non c'è dubbio. Le parole bar e cattedrale pronunciate con il tono sicuro della ragazzina che gioca in casa le sento come se me le stesse dicendo in questo momento", pensa Emilio mentre, attraversata la porta principale delle mura di Cattaro, getta uno sguardo verso l'alto, in direzione dell'orologio della torre. "Le cinque meno dieci. Fra tre minuti al massimo, se prendo la strada più breve, ci sarò e mi siederò ad un tavolo all'aperto ad aspettarla. Ha detto alle cinque, ha aggiunto che avremmo bevuto qualcosa e che poi saremmo andati a casa sua. Non deve abitare lontano dalla cattedrale".

"Non ho preso la strada più breve, cazzo. E dire che le calli di Cattaro pensavo di conoscerle bene! Adesso dove vado, a destra o a sinistra? Finirà che sarà lei ad aspettarmi. Non è per i pochi minuti di ritardo che avrò, è che quando mi affaccerò sulla piazza deserta, lei mi scorgerà da lontano ed io dovrò raggiungerla al tavolo, impacciato dal suo sguardo indagatore. Sarebbe stato meglio arrivare un po'prima. Non mi sarei perso e non mi sarei riempito di sudore. Non resta che fare buon viso a cattivo gioco. Quando la scorgerò da lontano, le sorriderò e cercherò di camminare in maniera disinvolta".

Svoltato il gomito di una calletta, appare all'improvviso la fiancata della cattedrale di San Trifone. Dopo pochi rapidi passi, si apre la piazza. I bar sono due, constata Emilio con disappunto. In quale sarà Dunja? In quello di sinistra, si scorge una ragazza china su di un giornale sotto un enorme ombrellone blu scuro che ripara un folto gruppo di tavoli. Sarà lei? La ragazza alza lo sguardo ed Emilio pensa di aver fatto bene a controllare la mano destra che stava cominciando a muoversi per tracciare nell'aria un gesto di saluto. Non è lei. Dunja è certamente seduta all'altro gruppo di tavoli, quelli che s'intravedono in mezzo agli ombrelloni verdi. Bisogna attraversare la piazza. Emilio lo fa con simulata indifferenza, quasi fosse un turista venuto ad osservare il portale romanico della cattedrale. Adesso, la musica balcanica diffusa dagli altoparlanti del primo bar è sostituita dalle canzoni napoletane che provengono dagli ombrelloni verdi. Emilio guarda in quella direzione per individuare il posto in cui sta seduta la ragazza. Ai tavoli non c'è nessuno. Gli viene come una fitta nello stomaco che risale verso il petto. Accelera il passo pensando che è stupido drammatizzare. Dunja è in ritardo, basta sedersi ad un tavolino, ordinare un espresso ed aspettare.

"Eppure quando l'ho conosciuta non avevo questo tipo di reazioni", si dice aspettando che un cameriere da dentro il locale si accorga della sua presenza, "era una ragazza come tante, e neanche tra le più belle, a guardarla così". Faceva parte dello staff locale che lavorava per il progetto che lui era stato chiamato a seguire in Montenegro. Sveglia, preparata, seria ed anche, come lui, un po' pignola. Poi era scattata come un'intesa che andava al di là del lavoro. Il suo "Come sta?" non appariva formale, sembrava, accompagnato dallo sguardo penetrante, rivelare un reale interesse. Lui era incuriosito ed attratto da una ragazza che gli si manifestava come acqua chiara, facendo saltare con naturalezza maschere e carapaci. Poi si era passati alla fase del feeling. Gli era sembrato straordinario. Dunja, (si chiamava come la donna del vicino borgo marinaro di Perzagno, di cui Ungaretti si era riinnamorato da vecchio) malgrado avesse trent'anni meno di lui e fosse nata e cresciuta dall'altra parte dell'Adriatico, capiva le ragioni del suo agire e solidarizzava con lui. L'amica di cui aveva bisogno. Le chiese di passare al tu. La ragazza rispose che la differenza d'età le rendeva la cosa difficile, ma che ci avrebbe provato.

Il caffè è finalmente arrivato. Emilio si chiede se berlo o lasciarlo lì sul tavolo, aspettando che lei arrivi. Guarda l'orologio. Le cinque e venti sono già passate. "Cosa succede? Potrebbe telefonare, almeno. Sa bene che porto sempre il cellulare con me". Guarda l'orologio ancora una volta, nella patetica ricerca di rassicurazione. Sono proprio le cinque e venticinque, ma verrà da un momento all'altro, è sicuro. Vuota la tazzina d'un fiato e lancia un'altra occhiata all'orologio. Si volta indietro sperando di vederla arrivare dal vicolo che si trova alle sue spalle. Lo sguardo incrocia invece quello del cameriere in piedi sulla soglia dell'ingresso del locale. Ha la sensazione di cogliere un velo d'ironia in quel volto. Bisogna darsi un contegno, far finta d'ammirare la facciata della chiesa. Ci prova. Fissa una dopo l'altra le due torri campanarie e poi la muraglia aggrappata alla roccia grigia che incombe sulla città, ma lo sguardo finisce per cadere a più riprese sul suo polso sinistro. Ogni volta, è un minuto in più. Sembra una condanna. "E se non ci fossimo capiti sul posto? Ma certo, a Cattaro c'è pure una cattedrale ortodossa, con tanto di piazza e di caffè. Dunja è sicuramente lì che mi aspetta. Da mezz'ora, poveretta. Pago il conto e vado. Ma se è già andata via?".

La chiesa ortodossa è a due passi. Sulla piazza antistante, i tavoli di due caffè quasi si mescolano. I clienti che chiacchierano o ridono prendendo il fresco sono tanti. Emilio spera che sia Dunja a notarlo per prima. Nessuno gli fa un cenno di saluto. Deve sobbarcarsi la corvée di osservare gli avventori uno dopo l'altro stando appoggiato al muro del palazzo gotico veneziano che si trova di fronte ai bar. Dunja non c'è. Passa ancora una volta in rassegna i tavoli ed è preso da una fitta allo stomaco analoga alla precedente. Cosa fare? Istintivamente gli vien fatto di tornare verso San Trifone. Ha la sensazione di andare a casaccio. Se avesse il dono dell'ubiquità, si piazzerebbe in entrambi i posti, ma... E' in questo momento che sente trillare il telefonino in una delle tasche. Quale? Lo cerca concitato. Quando lo ha in mano, l'aggeggio ha smesso di suonare. Nulla di grave, basta cercare tra le chiamate perdute. Macché, sul display non appare nessun numero. Dunja deve aver fatto disattivare la funzione dalla società telefonica. Ma era lei che ha chiamato? Ad Emilio non resta che telefonare. Fino a quel momento non l'ha fatto perché pensava che toccasse a lei farlo, ma che importa, basta ricercare il numero memorizzato nella rubrica, premere il tasto verde con su disegnata una cornetta e sentire la voce di Dunja. Armeggia con le mani nervose e sbaglia più volte. Si chiede se la voce che giustificherà il ritardo sarà dolce o brusca, se gli darà del tu o del lei. Cerca di concentrarsi sulle risposte da dare. Inutile. Una voce metallica annuncia in montenegrino, come adesso chiamano qui il serbocroato, che il telefono è fuori servizio.

Emilio si è seduto a un tavolo del bar con gli ombrelloni blu. "L'ultimo amore più degli altri strazia". Il verso di Ungaretti va e viene dalla sua mente come un leitmotiv da cui non riesci a liberarti. Ma è amore il suo? No. Forse. Sì, forse sì. Ma di un tipo del tutto sconosciuto. La fase del feeling, col passar dei giorni, era andata evolvendo verso lo scambio di emozioni. Avevano preso a prestarsi e a regalarsi libri e dischi. Dunja agiva con discrezione, non diceva mai, porgendogli un libro: "Questo mi è piaciuto, vediamo se anche tu proverai le stesse sensazioni che ho provato io", ma lui sapeva che il movente era quello. Vedendola così desiderosa di scoprire nuove cose, Emilio, da parte sua, tendeva a trasformarsi in una sorta di pigmalione. Quando la incontrava o le telefonava non mancava di sciorinarle una lista di posti in cui andare, di musica da ascoltare, di pagine da leggere. Il dialogo, quello profondo, la sola strada che ti permetta di sperare di uscire dalla solitudine cui l'umanità sembra condannata.

Quasi contestualmente, aveva cominciato a scoprire che Dunja era bella, anzi bellissima, molto di più delle decine di pin up che incrociava quotidianamente per le strade di Podgorica. Alcune parti del suo corpo, se esaminate singolarmente (aveva preso quest'abitudine quando la incontrava), lasciavano forse a desiderare: massiccio il naso, troppo larga e sottile la bocca, piuttosto tozze le spalle e le braccia, l'attaccatura contadina dei seni che occupavano l'intero petto, ecc. Nulla da dire, invece, sui capelli corvini, da vera montenegrina (o siciliana?), tenuti assai corti, sulle gambe e sulle cosce che s'indovinavano sode e sontuose. Esemplare era poi la massiccia armonia dei glutei, usciti da un dipinto di Rembrand. Il corpo di Dunja, tuttavia, andava valutato nella sua integralità partendo dal volto. Non era possibile, d'altronde, fare altrimenti. Prima veniva l'intensità dello sguardo, l'espressione luminosa oppure velata del suo volto, poi il disegno che le braccia formavano nell'aria e così via. Per lo sguardo che sapesse uscire dalle angustie della staticità fino a compiere un esame dinamico, la bellezza di Dunja non aveva rivali.

Emilio aveva cominciato a collocarla in questa dimensione la sera in cui lei aveva risposto a una sua domanda guardandolo dritto negli occhi, facendogli un sorriso che voleva essere rassicurante - ma che in realtà penetrava nel fondo del suo animo portandovi lo scompiglio - e mosso le braccia in un lento gesto d'estrema eleganza. Aveva pensato al polso del torero. Durante la faena, tutta l'energia del matador è concentrata nel polso che tiene la muleta. Nel suo impercettibile gesto vi è più movimento che in una corsa di formula uno. Era poi andato col pensiero agli occhi di sua madre. Quelli di Dunja erano identici, e così l'espressione gioiosa che talvolta assumevano. La mamma era poi diventata la ragazza che non aveva conosciuto, la maestrina che all'età di Dunja sognava eterni amori in una scuola rurale della Sicilia assolata. Sì, la montenegrina era la perennità terragna della storia, l'ultimo avatar della statuetta fittile della Demetra dai possenti fianchi ritrovata nel sacello della fertilità di Morgantina.

"L'ultimo amore...". Eppure quel corpo non aveva mai stimolato le sue fantasia erotiche. Aveva desiderato accarezzarlo quel corpo, guardandola negli occhi, e far nascere una biunivoca corrente che li avrebbe fatti sciogliere nella tenerezza. Una sorta di dolce cupio dissolvi. Solo una volta, la cosa stava prendendo una diversa piega. Erano in riva al mare, all'inizio della primavera. Dunja aveva ricevuto una telefonata ed era stata colta da una furiosa crisi di rabbia. Ce l'aveva con se stessa, non aveva saputo diffidare (ed anche in questo gli assomigliava) di una persona che adesso la stava ferendo. Spento il cellulare, aveva cominciato a tremare, poi si era tolte le scarpe ed aveva preso a camminare nervosamente su e giù con i piedi immersi fino al malleolo nell'acqua fredda. All'improvviso, si era chinata, aveva raccolto dei ciottoli e si era messa a lanciarli con violenza in direzione del largo. Era sublime. Gli fece venire in mente i versi che erano stati scritti per la perzagnota sua omonima: "...D'un balzo, gonfi d'ira / Gli strappi, va snodandosi / Dal garbo della schiena / La cerva che diviene / Una leoparda ombrosa...". Sbollita la rabbia, gli si era venuta a sedere accanto. Lui le aveva preso una mano e gliel'aveva tenuta tra le sue. Aveva poi affermato che quelle mani potevano essere considerate come la metafora delle loro personalità: simili le palme - che, sovrapposte, addirittura coincidevano - e dissimili le dita, affusolate e femminili quelle di lei, piuttosto atticciate, invece, quelle di lui. Meccanicamente, aveva portato la mano destra sulla nuca di Dunja ed aveva preso ad accarezzarla con dolcezza. La ragazza aveva cominciato a fremere in maniera quasi impercettibile. Emilio stava per portare le labbra verso quella nuca per fare ciò che abitualmente faceva con le donne ("Iu sacciu dari certi vasunedda / supra lu coddu accostu a li capiddi / ca fannu li carnuzzi stiddi stiddi..." gli aveva insegnato Martoglio), ma si era trattenuto. L'aveva ripresa per mano e si erano allontanati dalla spiaggia. Poi...

- "Scusami per il ritardo, cinque minuti me li perdonerai, spero", dice la voce squillante di Dunja mentre gli porge la guancia per accogliere un bacio. Sui jeans porta una casacca color malva, un abbinamento perfetto. Il trucco é leggerissimo, come sempre.
- "Ma veramente, ti aspettavo per le cinque".
- "Ti avevo detto alle sei, l'hai dimenticato? Poverino, mi hai aspettato per più di un'ora. Spero che non ti sia annoiato".
- "Dai, siediti, bevi qualcosa".
- "Impossibile. La mamma ci aspetta a casa. Le ho tanto parlato di te. Ti ha preparato un dolce. Ottimo vedrai".

L'appartamento si trova al primo piano di un palazzo che chiude un campiello che la bora ha trasportato rubandolo a Chioggia. La porta è socchiusa. "Siediti qui", gli dice indicandogli una poltrona di cuoio non appena entrati nel vasto, antico salotto che si trova subito dopo l'ingresso, "io torno fra un attimo, ma prima vedrai spuntare la mamma da quella porta. La sento armeggiare con il dolce in cucina".

E' proprio così. Dalla quinta da cui Dunja è scomparsa da pochi secondi, come al teatro, appare la signora con un vassoio ricolmo tra le mani. Non appena si avvicina, Emilio l'osserva in volto e trasalisce. La donna arrossisce, posa il vassoio sul tavolinetto accanto alla poltrona, si volta di scatto e si precipita verso la porta da dov'era venuta, biascicando uno "Scusi". "Ma è Milica, o Slavica o come diavolo si chiamava la ragazza che ho conosciuto quell'estate di tanti anni fa al campeggio di Sveti Stefan! Sì é proprio lei, quel viso mite, quello sguardo acuto un po' malinconico..."
- "Mia madre non sta molto bene, una specie d'improvviso malessere, non so. Ti prega di scusarla. Farò io da padrona di casa. Assaggia questa fetta e dimmi cosa ne pensi".

Trascorrono più di un'ora a chiacchierare e ad ascoltare i CD che lei preferisce. Emilio osserva senza essere osservato. Spera che la donna riappaia in salotto.
- "Si è fatto tardi, devo andar via. Puoi dire a mamma che desidero salutarla?".
- "Non so se sia il caso di disturbarla: si è chiusa nella stanza da letto ad ascoltare delle canzoni preistoriche...".
- "Insisti, ti prego".

La porta della stanza si socchiude lasciando uscire le note di "Sapore di sale". Dunja è già sull'ingresso, pronta a precipitarsi per le scale. Emilio si avvicina alla donna e le sussurra all'orecchio:
- "E' mia figlia?"
- "Da", risponde lei chinando verso terra gli occhi smarriti.

 

Enzo Barnabà ha svolto la sua attività di ricerca sia nel campo della francesistica, pubblicando vari manuali di letteratura, grammatica e civiltà, sia in quello della storia delle classi subalterne, occupandosi in particolare del massacro di Aigues-Mortes (Le sang des marais, 1993, Morte agli Italiani!, 2001) e dei Fasci siciliani (Il meglio tempo, 1998). Ha insegnato francese nei licei italiani ed italiano e storia nelle Università di Aix-en-Provence, Scutari, Niksic e Abidjan.
Nel 2004 ha scritto "Dietro il Sahara - Africa nera tra mondo magico e modernità", casa editrice Philobiblon.

  

 

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Turismo Responsabile

 

Di Daniele Sacchetti

 

 

Nel mondo attuale, in seguito alla proliferazione delle alte tecnologie, è sempre più facile viaggiare e trovarsi in poche ore in paesi molto diversi da quello in cui viviamo. È chiaro che ciò vale soprattutto per gli abitanti dei paesi cosiddetti "sviluppati". Se analizziamo bene il turismo di oggi ci accorgiamo che si tratta di un'attività economica di importanza mondiale il cui impatto sui paesi visitati è enorme. Questo vale in linea di massima, ma è ancora più evidente se prendiamo come esempio i paesi meno "sviluppati".

Il turista - chiamiamolo così - "occidentale" spesso e volentieri pretende gli agi e le stesse comodità a cui e' abituato (doccia calda a qualsiasi ora, illuminazione, aria condizionata, servizio veloce, ecc..) senza rendersi conto che molte volte le popolazioni locali stravolgono i loro sistema di vita per cercare di accontentarlo.
Questo impatto sull'uso ed il consumo esagerato delle risorse disponibili e' senz'altro rilevante, ma non e' certo il solo: pensiamo per esempio all'aspetto ambientale. Ci siamo mai chiesti cosa possono provocare le costruzioni di imponenti complessi turistici in realtà non adatte? Oltre al lato estetico, aspetto sicuramente non trascurabile, dovremmo tenere conto dei cambiamenti che ciò provoca nella natura: disboscamento, inquinamento (atmosferico, terrestre, acustico, ecc..) cambiamento dell'habitat naturale, che potrebbe portare all'estinzione di alcune specie animali o vegetali, ecc.

Anche a livello sociale l'impatto è enorme, perché provoca una perdita dei modelli di vita tradizionali a favore di altri legati al turismo, con conseguente rischio di estinzione dei primi. Lo stesso turista, a volte, dato che è in vacanza, si concede lussi esagerati che nella sua vita normale non può permettersi, dando così un'immagine falsata del proprio paese. Ciò potrebbe suscitare un certo senso di frustrazione nelle popolazioni locali che vedono il turista come "migliore". Questo problema è aggravato dal fatto che spesso il turista considera la propria cultura come superiore rispetto a quella locale, della quale magari non sa quasi niente, ed è pronto a riderci sopra o a scattare innumerevoli fotografie senza il minimo ritegno. È quindi lecito chiedersi che fine faranno quelle popolazioni le cui culture sono schiacciate da forme di turismo irresponsabile.

Le località turistiche dove si vive di lavoro stagionale sono numerose in tutto il mondo. In queste realtà si lavora moltissimo durante la stagione alta per poi riposarsi o cercare qualcosa di alternativo durante quella bassa. È fuori dubbio che il turismo porti ricchezza, ma se esaminiamo i paesi in via di sviluppo ci accorgiamo che in realtà i flussi di denaro finiscono per la maggior parte nelle tasche di chi già detiene il potere, nonché delle multinazionali straniere e degli sfruttatori. Prostituzione, droga, sfruttamento minorile sono all'ordine del giorno ed a volte è il turista, con i suoi comportamenti, ad incoraggiarli.

Vorrei quindi rivolgermi a tutti coloro che hanno in programma di viaggiare, soprattutto in paesi con realtà molto differenti dalla nostra, e richiamare la loro attenzione su quanto scritto sopra. Non alimentare questi comportamenti irresponsabili non vuol dire rimanere a casa, ma soltanto prendere alcune doverose precauzioni: informarsi adeguatamente sulla cultura dei paesi che si vanno a visitare, fare a meno di alcune "comodità" superflue, non incoraggiare lo sfruttamento, rinunciare ad un consumismo smisurato e fuori luogo, ecc. In altre parole, adattarsi, per quanto sia possibile, agli usi ed ai costumi della società del posto, senza voler per forza "esportare" le nostre abitudini.

 

Daniele Sacchetti è mediatore culturale e socio dell'Associazione T-ERRE Turismo Responsabile.

 

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Il "trenino" di Macchu Picchu

 

Di Daniele Sacchetti
 

 

Nel giro di qualche decennio i cambiamenti climatici provocheranno calamità con conseguenze forse irreparabili. Il futuro del pianeta passa per ognuno di noi e più tardi l’accetteremo più alto sarà il prezzo che dovremo pagare. È infatti evidente che il mercato non è un’incontenibile forza della natura, neppure quello globale; il mercato dovrebbe essere visto più come un’istituzione sociale che può, anzi deve, essere orientata al perseguimento di scopi non solo economici. Ma chi dovrebbe essere ad accettare per primo queste, seppur fondate, teorie?

In realtà tutto ciò non sembra destare troppi allarmi: la gente, almeno nei paesi più sviluppati, è per lo  più scettica e non certo disposta a sacrificare i“vantaggi” portati dal “progresso” selvaggio; i governi invece fanno finta di niente prendendo solo provvedimenti marginali e temporanei e non decisioni strutturali, che ovviamente comporterebbero porre delle condizioni allo “sviluppo”. Basti pensare che Bush, quando rifiutò di firmare il protocollo di Kyoto, affermò che il tenore di vita delle famiglie americane non è negoziabile (certo quello più in là dei dollari non vede altro).

Ritengo comunque che dovrebbero essere i governi dei paesi più sviluppati a dover intervenire già adesso per iniziare a cambiare lo stato delle cose (salvaguardia ambientale, disuguaglianze tra nord e sud del mondo, problemi sociali , ecc.).

Seguendo questi principi si possono evidenziare alcune “tendenze negative” del sistema economico attuale, mettendo in discussione alcuni suoi cardini come quello della “crescita” e delle “privatizzazioni”.  Quanto segue sono solo alcune riflessioni "sintetizzate" e brutalmente scritte in un tempo ristretto, ma magari ci aiutano a pensare.

 

Crescita : parlare di crescita di un paese significa, sinteticamente, che quel paese aumenta il suo PIL (prodotto interno lordo), ma l'aumento del PIL implica un maggiore sfruttamento di risorse e dato che il pianeta terra non ne dispone all'infinito e' evidente che non si può crescere all'infinito. Morale della favola quando alcune risorse fondamentali (pensate al petrolio ad esempio) iniziano a diminuire questo sistema inizia a mostrare le sue crepe, andando avanti di questo passo non so quanto ancora il sistema capitalistico possa andare avanti, sempre che non vengano apportate delle modifiche al principio base della crescita (aumento del PIL => aumento di ricchezza). Forse sarebbe il caso di valutare la crescita di un paese tenendo conto anche di altri parametri. Non sembra però che chi sta al potere abbia ben chiaro quanto sta avvenendo (probabilmente qualcuno non ne ha un'idea) e continuano a parlare di crescita pensando ad una maggiore ricchezza senza pensare alle conseguenze. Il tema dovrebbe essere approfondito ma non possiamo certo scrivere un libro via internet, questo è solo un invito a riflettere.

 

Privatizzazione : passaggio di proprietà di un servizio, un bene, un'impresa ecc. da un soggetto pubblico a uno privato.  Prendiamo come esempio i trasporti. L'idea e' che il privato, seguendo l'obiettivo del profitto, sia in grado di far funzionare meglio il servizio, ma purtroppo molte volte questo non avviene.

Il trasporto pubblico (treni e autobus per intenderci) e' infatti un servizio dal quale difficilmente si riesce a trarre un profitto, anzi molte volte genera delle perdite. Il privato quando ha delle perdite cessa di erogare il servizio senza tener conto più di tanto delle conseguenze per gli utenti.

In Sud America l'esempio delle ferrovie e' eclatante, in Argentina ad esempio dei numerosi km di ferrovia disponibili ne vengono utilizzati solo quelli a Buenos Aires e provincia e quelli del Treno delle Nuvole nelle Ande del nord-ovest (si tratta di un treno carissimo solo per turisti). Ma questa non e' certo l'unica privatizzazione sbagliata che hanno fatto in Argentina visto che il governo Menem “si e' venduto anche il sedere” e tutti sappiamo come e' andata a finire.

In Peru' 10 anni fa c'erano diverse linee ferroviarie, attualmente tutte in disuso o quasi. Il buon Fujimori infatti le ha privatizzate tutte e ovviamente le compagnie private, quando hanno visto che non ci si guadagnava hanno tagliato tutte le linee, lasciando solo treni per turisti a prezzi da usurai. Il caso piu' eclatante e' quello della linea Cuzco - Macchu Picchu venduto a una compagnia Cilena (ma con partecipazioni inglesi e sembra anche italiane, comunque la maggioranza è cilena).  Ad oggi i turisti non possono salire sul treno locale, che comunque non e' piu' giornaliero come prima, ma solo nel treno turistico (giornaliero e carissimo (dai 75 ai 100 dollari per 3-4 ore di viaggio, che vergogna). E tutto il guadagno se ne va in Cile, cosi' come il nitrato di ammonio, o qualcosa di simile, (impiegato per produrre fertilizzanti) che si estrae nelle cave andine sempre nel dipartimento di Cuzco, anche queste vendute a comagnie cilene.

Ci sarebbe da scrivere per una settimana intera, ma per ora possiamo accontentarci di aver capito perché il Fujimori si e' rifugiato in Cile, che al momento ha negato l'estradizione in Peru', e di capire che non sempre privatizzare migliora le cose, anzi dietro alle privatizzazioni ci sono spesso interessi "poco puliti".

  Daniele Sacchetti è mediatore culturale e socio dell'Associazione T-ERRE Turismo Responsabile.

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T-ERRE: un nuovo modo di viaggiare

 

Intervista a Giorgio Gatta ed a Lorenzo Corelli

 

 

A Faenza ha avviato le proprie attività la neocostituita associazione T-ERRE, Turismo Responsabile  con lo scopo di sviluppare iniziative e progetti promozionali, di viaggio, culturali e formativi nel campo del turismo responsabile. Per capire più a fondo gli obiettivi e le azioni di T-ERRE, abbiamo intervistato il presidente Giorgio Gatta e il vice-presidente Lorenzo Corelli.

Presidente Gatta, partiamo dall’inizio: che cosa intendiamo con il termine ‘Turismo Responsabile’?

«Il Turismo Responsabile è essenzialmente un modo diverso di viaggiare, che mette in primo piano l’importanza dello scambio culturale e umano tra il turista e le comunità visitate e che si basa sul valore del rispetto: per la natura, per le abitudini, per le tradizioni diverse, per le persone. Il Turismo Responsabile cerca di far conoscere nella sua interezza le cose belle e positive di un determinato luogo, non solo paesaggisticamente o storicamente, ma anche dal punto di vista umano e sociale. Riteniamo che la promozione e la diffusione dell’etica del Turismo Responsabile possano essere di grande aiuto nel tentativo di educare la società civile al rispetto per l’altro, all’integrazione, allo scambio; valori avvertiti come sempre più necessari in questi tempi di grandi cambiamenti sociali.»

In che cosa consiste dunque l’attività di T-ERRE?

«Oltre alla promozione a livello locale di questa visione etica del turismo e delle relazioni tra popoli e culture, proponiamo per i nostri associati una serie di viaggi che abbiamo raccolto in un catalogo. Le nostre mete sono Burkina Faso, Perù, Marocco, Benin; ma presto arriveranno le nuove proposte di quest’anno.»

Come si svolgono i vostri viaggi?

«Noi non proponiamo semplici ‘destinazioni turistiche’, ma vere e proprie ‘esperienze’ di viaggio dalle quali ritornare arricchiti di umanità e relazioni. Tutto questo senza trascurare il lato più propriamente turistico, scoprendo perciò anche le bellezze naturalistiche e storiche, ma sempre passando dal filtro delle comunità locali, vere ed uniche ‘proprietarie’ dei territori da noi visitati. Questi viaggi prevedono dunque incontri con quella che viene chiamata ‘società civile’: possono essere progetti di commercio equo, associazioni storiche o per i diritti umani, ONG. Insomma tutto quello che viene creduto necessario per approfondire la conoscenza del luogo. Di base vi è poi sempre l’accompagnatore esperto della realtà visitata, che noi chiamiamo ‘mediatore culturale’ proprio per il suo ruolo di tramite tra il gruppo e la comunità locale. Una delle caratteristiche dei nostri viaggi è poi il finanziamento diretto di un progetto di sviluppo locale: una quota del costo complessivo del viaggio è destinata al sostegno diretto di un progetto ben definito e seguito solitamente da una organizzazione senza scopo di lucro. Un’ultima caratteristica sono gli incontri preparatori organizzati da noi per i gruppi in partenza, indispensabili per una partecipazione attiva e consapevole al viaggio.»

Come è nato questo vostro interessante progetto?

«T-ERRE è il punto di arrivo del progetto da me avviato nel 2004 con il nome di “Per una nuova etica del viaggio” e sfociato nell’odierna associazione grazie anche all’impegno di Giuseppe Olmeti, Michele Dotti e altri volontari romagnoli. Noi contiamo sul sostegno di Confcooperative, che ha creduto da subito alla valenza sociale ed educativa del turismo responsabile, e sulla collaborazione di numerose aziende locali - COFRA, Faventia Tourist, Cambiamenti, Coop Aleph, Carta Bianca – e delle associazioni più rappresentative del territorio faentino come il Comitato di Amicizia socio di Mani Tese.»

A quali persone vi rivolgete?

«A tutti gli interessati al viaggio come strumento di conoscenza e di scambio culturale e umano. Abbiamo verificato che l’interesse per questo tipo di approccio al turismo coinvolge un pubblico molto vasto e trasversale, tanto che non è possibile tracciare un preciso identikit del ‘turista responsabile’.»

Il vice-presidente Lorenzo Corelli, cesenate, insieme ad un altro gruppo di volontari rappresenta l’anima non faentina dell’associazione. Dunque esiste un tentativo di allargare territorialmente il raggio di azione di T-erre?

«Certamente. Io ed altri ragazzi di Cesena stiamo cercando di coinvolgere anche la nostra realtà territoriale con attività di sensibilizzazione sul turismo responsabile. Ad esempio, a fine settembre abbiamo portato T-ERRE alla Festa dei Popoli di Cesena e abbiamo avvertito un forte interesse da parte dei cesenati verso l’etica del turismo responsabile e verso le nostre proposte di viaggio. Questo ci ha incoraggiato e ha rinsaldato la convinzione  che il bacino di utenza di T-ERRE debba allargarsi fino a comprendere tutto il territorio romagnolo, dove in effetti è mancato finora un soggetto attivo su questo tipo di tematiche.»

Al momento quanti siete?

«Le persone che collaborano con T-ERRE sono tante e ognuno mette a disposizione le proprie competenze e la propria professionalità per portare avanti questo progetto. La volontà è appunto quella di allargare il più possibile la partecipazione, in modo da ricevere sempre nuovi contributi personali e originali. In generale lanciamo questo appello: siamo alla ricerca di nuovi compagni di viaggio da portare a bordo!»

 

 

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