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La cooperazione a fianco dei lavoratori per 'rigenerare' l'impresa


La cooperazione a fianco dei lavoratori  per
Pier Nicola Ferri - Confcooperative Ravenna: “Quando i dipendenti mettono in piedi un piano fattibile gli strumenti per riuscire a mettere in sesto l'attività non mancano”
I workers buyout (in italiano ‘imprese rigenerate') - ovvero le aziende che, in caso di problemi di carattere economico-finanziario, vengono acquistate dagli stessi lavoratori - non sono un'invenzione di questi anni di crisi. Nascono a metà degli anni '80, con la Legge Marcora, che decretò l'istituzione di un fondo pubblico per il salvataggio delle aziende in difficoltà. “A gestire il fondo - sottolinea Pier Nicola Ferri, responsabile del servizio Credito e Finanziamenti di Confcooperative Ravenna - è Cfi (Cooperazione Finanza Impresa), una cooperativa promossa da Agci, Confcooperative e Legacoop e partecipata dal Ministero dello Sviluppo Economico. Cfi interviene apportando capitale sociale o effettuando un prestito partecipativo per aiutare i dipendenti ad acquistare l'attività. In pratica concede un prestito a soggetti che, altrimenti, sarebbero da considerarsi ‘non bancabili'”.
L'azienda oggetto dell'acquisto da parte dei lavoratori non deve essere fallita per mancanza di mercato ma esclusivamente per un trascorso di cattiva gestione o a causa di un'esposizione finanziaria dovuta a problemi interni o esterni alla stessa: “In pratica - spiega Ferri - perché Cfi intervenga deve esserci qualcosa che non ha funzionato nell'andamento ma non ci devono essere problemi di mercato. E' un prerequisito importante perché l'operazione vada in porto”.
Le centrali cooperative - Agci, Confcooperative e Legacoop - si occupano di seguire i lavoratori in questo processo affiancando loro consulenti e verificando la fattibilità del progetto aziendale. Inoltre intervengono esse stesse apportando capitale sociale proveniente da fondi che fanno riferimento alle tre centrali (Fondosviluppo, Coopfond e Generalfond). “Oltre a questi strumenti - prosegue il responsabile dell'area Credito e Finanziamenti di Confcooperative Ravenna - la Legge prevede anche che, nel caso di un workers buyout, i lavoratori licenziati possano rafforzare il capitale di queste imprese attraverso la liquidazione anticipata della Naspi (la cosiddetta indennità di disoccupazione ndr). Diciamo che, quando i dipendenti mettono in piedi un piano industriale fattibile, gli strumenti per riuscire a rimettere in sesto l'attività non mancano. E' vero però che si tratta di un percorso complesso, fatto anche di scelte difficili, perché molto spesso al momento dell'acquisto dell'azienda non c'è spazio per tutti i lavoratori”.
Ed è forse anche per questo che in Italia, a differenza di altri paesi, è quasi sempre una cooperativa l'azienda nata da un percorso di workers buyout: “Dare vita ad un'azienda rigenerata, come dicevo, non è una cosa semplice, e non solo per motivi economici. C'è un momento in cui i ruoli all'interno dell'impresa devono essere riassegnati e in cui si deve ragionare su obiettivi e progettualità. In questo contesto la forma cooperativa aiuta perché fa sì che coloro che si sono assunti questa responsabilità economica abbiano anche gli stessi diritti e gli stessi doveri - conclude Ferri -. Per far funzionare un workers buyout, in un'azienda piccola come in una di medie o grandi dimensioni, la cosa più importante è la condivisione degli stessi valori e la volontà di raggiungere un obiettivo comune”.

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