L’associazione culturale Ipazia, con la collaborazione del Comune di Ravenna, ha promosso il progetto “Il diritto contro la tortura” per celebrare la storica sentenza emessa dall’Arcivescovo Rinaldo da Concorezzo - durante il processo all’Ordine dei Cavalieri Templari – che abolì la pratica della tortura come mezzo di interrogazione a Ravenna nel 1311.
Dall’11 al 26 giugno vari luoghi della città di Ravenna hanno ospitato mostre, convegni, visite guidate, proiezioni e performance teatrali, per celebrare il 700o anniversario del processo ai Templari. La rassegna degli eventi organizzati ha visto la partecipazione di numerose istituzioni culturali cittadine che hanno voluto fornire il proprio contributo all’approfondimento di un tema così importante: la sentenza del vescovo Rinaldo, che fu il primo e unico caso del Medioevo, sancì la posizione giuridica che alcuni secoli più tardi si evolverà nel concetto di “diritti umani” e stabilì il ruolo primario di Ravenna all’interno del dibattito politico e sociale che ha contribuito a formare l’Europa.
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Alla fine del 1307 Papa Clemente V, dietro consiglio del re di Francia, Filippo il Bello, ordinò l’arresto dei Cavalieri Templari in tutte le aree della cristianità allora conosciute.
L’ordine monastico-cavalleresco dei Templari era nato agli inizi del XII secolo con lo scopo di proteggere ed ospitare i pellegrini diretti a Gerusalemme per visitare il tempio del Santo Sepolcro. Dalla primitiva semplicità e povertà i Templari (o Cavalieri Gerosolimitani) passarono ben presto ad una condizione di agiatezza che snaturò lo spirito originario dell’ordine. Divenuti ricchissimi, si diedero all’attività di finanziatori, attirandosi l’avidità di Filippo il Bello che era loro debitore. Il re di Francia pensò bene di sbarazzarsi di loro e con il consenso di Papa Clemente V li accusò di idolatria e oscenità. Vennero così istituiti tribunali inquisitori che nella quasi totalità dei casi riconobbero colpevoli i Templari, il cui ordine venne soppresso il 3 aprile del 1312.
L’Arcivescovo Rinaldo da Concorezzo, nominato Grande Inquisitore dal Papa per le aree italiane che si estendevano dall’Umbria fino al Piemonte e all’Istria, nel giugno 1311 avviò a Ravenna il processo contro i Cavalieri Templari italiani. Invece di condannarli a morte, come richiesto dal Papa, li assolse da ogni imputazione. Il motivo dell’assoluzione fu rivoluzionario: Rinaldo decretò il divieto di utilizzare la tortura a scopo investigativo e così nessuna confessione venne estorta agli imputati, i quali poterono deporre liberamente e difendersi dalle accuse che erano state loro rivolte. Questa capitale dichiarazione, emessa all’interno di un procedimento giuridico, rappresenta oggi una originaria forma d’opposizione alla tortura ed il primo autentico passo verso la concezione dei diritti umani nel mondo.
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Durante il convegno storico e giuridico, tenutosi nel giorno dell’anniversario della sentenza (18 giugno), presso la sala dei Cento Preti (Chiesa di Sant’Eufemia – Domus dei Tappeti di Pietra), Paola Novara ha descritto l’ambiente ravennate al tempo del processo ai Templari e ha approfondito la figura dell’Arcivescovo Rinaldo soffermandosi sugli interventi di ristrutturazione apportati alla Cattedrale medievale (quella attuale risale al XVIII secolo) e alla Chiesa di San Giovanni Evangelista. Il Codice Classense 406, un manoscritto del XIV secolo, raccoglie lo scritto di Rinaldo sul restauro della Chiesa di San Giovanni, ma non solo: secondo gli studi di Paola Novara, il codice ci restituisce infatti una probabile iconografia dell’arcivescovo diversa da quella che si era diffusa a partire dal XIV secolo.
“Noi sappiamo poco dell’attività di Rinaldo a Ravenna – ha detto Paola Novara – ma abbiamo molte notizie sulla sua sepoltura, poiché fu utilizzato un sarcofago di ripiego del V secolo conservato nella Cattedrale con il corredo originario appartenuto all’arcivescovo.”
Mauro Balboni ha trattato il tema dello sviluppo storico e giuridico della tortura, presente nelle istituzioni dal Medioevo fino ad oggi, mentre Mauro Palma ha affrontato una panoramica sull’attualità del fenomeno della tortura in Italia e in Europa.
Al convegno era presente anche Renzo Caravita, noto storico ravennate, i cui studi hanno permesso di conoscere meglio la figura di Rinaldo da Concorezzo: è anche lo studioso che ha ritrovato l’unica pergamena originale che testimonia l’importante sentenza emessa dall’Arcivescovo nel 1311.
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Rinaldo da Concorezzo nacque a Milano fra il 1240 e il 1250; della sua giovinezza non si sa niente, lo si ritrova a Bologna all’Università dove alcuni messi lodigiani vengono a proporgli, nell’ottobre 1286, di insegnare Diritto a Lodi. Nel maggio 1287, il vescovo di Lodi lo interpella per pareri legali: questo ci fa capire che godeva fama di giureconsulto e infatti avrà il titolo accademico di ‘magister’ nel 1295.
Nel 1289 entrò nel seguito del vice cancelliere della Curia Romana, divenne segretario del cardinale Benedetto Gaetani e poi cappellano del papa Bonifacio VIII (1294-1303).
Il 13 ottobre 1296 il papa lo nominò vescovo di Vicenza. Fu poi chiamato dal papa a Firenze per appoggiare i ‘Neri’ ed in seguito fu vicario (1302) in Romagna e ne divenne rettore spirituale e temporale. Nel 1303 Rinaldo da Concorezzo fu designato arcivescovo di Ravenna. Dal 1314, ormai malfermo di salute, si stabilì nel castello di Argenta e governò la sede episcopale di Ravenna tramite vicari, man mano estraniandosi dall’azione politica e limitandosi alla cura della diocesi.
Morì il 18 agosto 1321, forse nel suo castello di Argenta. Il suo culto è stato sempre una costante tradizione della Chiesa ravennate: in un documento del 1340 gli viene attribuito il titolo di ‘beato’. Sue reliquie sono a Lodi, Concorezzo, Vicenza, luoghi dove è venerato. Il culto ufficiale fu concesso alla diocesi di Ravenna e alle altre città, da papa Pio IX, il 15 gennaio 1852.
Natascia Fagnocchi
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