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Gianni Amidei, direttore di Agrintesa, interviene su una delle principali criticità della commercializzazione

Da sempre l’ortofrutta costituisce un settore molto particolare e delicato all’interno del panorama agroalimentare, sia per l’estrema deperibilità dei prodotti, sia per la forte dipendenza da fattori esterni, quali il clima, l’andamento del mercato e le scelte commerciali della grande distribuzione, che tra l’altro variano a seconda del Paese europeo in cui operano. 
Per avere una certa garanzia del collocamento dei prodotti sul mercato, si rende quindi necessaria la programmazione anticipata della campagna di commercializzazione nei diversi canali distributivi, che però presenta diverse criticità.
«La moderna distribuzione – spiega Gianni Amidei, direttore di Agrintesa – rappresenta oggi il canale di vendita più importante. Negli ultimi anni essa è cresciuta enormemente concentrandosi in pochi grandi gruppi che in molti Paesi europei rappresentano più dell’80% dell’intera distribuzione. La produzione ortofrutticola, anche quella più organizzata, dipende quindi quasi totalmente dai prodotti forniti alla grande distribuzione e non può fare a meno di essa.»
Per far fronte a queste problematiche, la produzione italiana si è organizzata, concentrandosi soprattutto nel Nord Italia, «ma nonostante ciò – continua Amidei – esiste comunque un forte disequilibrio di forze tra la domanda, sempre più in mano a pochi grandi gruppi distributivi, e l’offerta. Questo disequilibrio vede la sua espressione massima nelle condizioni contrattuali imposte dalla moderna distribuzione ai produttori dell’ortofrutta, condizioni che spesso vengono redatte senza nessuna possibilità di discussione o dialogo.»
Con il sopraggiungere e il protrarsi della crisi, inoltre, le disparità fra domanda ed offerta si sono maggiormente accentuate portando ad un aggravio sempre crescente delle condizioni contrattuali e a richieste sempre più penalizzanti per la produzione.
«Il risultato – sottolinea Amidei – è che la produzione, anche quella più organizzata e strutturata, risulta oggi totalmente impotente nei confronti della controparte ed è costretta ad accettare qualsiasi richiesta per non incorrere nella sospensione o cessazione dei rapporti.»
Le richieste che la grande distribuzione con i suoi contratti rivolge ai produttori riguardano diversi fattori come ad esempio i pagamenti, i contributi, le promozioni, le norme di qualità, i capitolati di fornitura, gli imballaggi e la logistica.
«Per quanto riguarda le forniture di prodotti ortofrutticoli freschi, i pagamenti vengono effettuati a 75 giorni, con punte in alcuni casi di oltre 150 giorni. Spesso però si assiste al mancato rispetto dei termini fissati nei contratti di fornitura senza che ci sia possibilità di applicare penali o interessi dovuti per legge. In altri casi viene invece richiesto uno sconto per il rispetto dei termini fissati in contratto, con pagamento effettuato attraverso società controllate dal gruppo distributivo. L’allungamento dei termini di pagamento, oltre a causare un danno diretto ai produttori, crea un ulteriore problema relativamente agli affidamenti dei vari clienti; tutte le realtà produttive organizzate, infatti, assicurano oggi i propri crediti e lo slittamento dei termini di pagamento li costringe ad effettuare parte delle forniture senza copertura assicurativa.»
Tutte le realtà distributive, inoltre, prevedono nei loro contratti il versamento da parte del venditore di contributi incondizionati in percentuale sul fatturato, da riconoscersi in forme diverse a seconda dei contratti.
«Questi contributi – evidenzia il direttore – vengono aumentati di anno in anno e spesso si assiste alla ulteriore richiesta di sconti e contributi non previsti legati alle più disparate condizioni, come l’andamento delle vendite e dei ricavi della catena distributiva, le forniture effettuate in determinati periodi e particolari eventi quali anniversari e feste.»
Per quel che concerne le promozioni, esse sono in continuo aumento, sia in termini di durata della promozione sia in termini di percentuali di sconto richieste:
«A causa di questa pressione promozionale – chiarisce Amidei – in una campagna di commercializzazione stagionale le forniture dei prodotti vengono effettuate non a prezzo pieno, ma per oltre il 30% della fornitura in promozione. Vengono inoltre richiesti ai fornitori ulteriori contributi per l’inserimento dei prodotti in promozione in maniera anonima nei volantini per le campagne pubblicitarie della catena distributiva, pari a diverse migliaia di euro per ogni volantino.»
Altro aspetto sono le norme di qualità relative alla provenienza, alla categoria e al calibro dei prodotti.
«In molti casi si assiste al mancato rispetto di queste norme nei punti vendita, nei volantini e nelle comunicazioni pubblicitarie dirette al consumatore, dove spesso viene indicato solo il prezzo del prodotto e non le sue caratteristiche qualitative. La vendita a libero servizio, tipica della moderna distribuzione, crea problemi qualitativi soprattutto per i prodotti più deperibili e delicati, apportando danni alla produzione sia in termini di qualità e quantità sia di immagine del settore.»
Altro grave problema è rappresentato dai capitolati di fornitura, in particolare per quanto riguarda i residui antiparassitari:
«Molte catene distributive – segnala il direttore – stanno utilizzando sempre più le differenze sui residui presenti come una vera e propria discriminante tra concorrenti, imponendo ai fornitori specifiche particolari più restrittive rispetto alle normative vigenti. Questo costringe la produzione a gestire, con notevoli aggravi di costi e senza alcuna compensazione a livello economico, disciplinari di produzione differenti a seconda dei clienti e delle destinazioni.»
Infine ci sono le direttive riguardanti gli imballaggi e la logistica. Per quanto riguarda i primi vi sono 6 tipologie a livello europeo «che, nate con l’intento di diminuire i costi della filiera, sono diventate un vero e proprio business per le catene distributive che le impongono ai fornitori, ricevendone in cambio contributi da parte delle ditte fornitrici. Tutto ciò, oltre a danneggiare economicamente la produzione che ne deve subire gli ingenti costi, determina gravi problemi dal punto di vista organizzativo e logistico costringendola a gestire tipologie di imballaggi diversi nei propri centri di confezionamento.»
Per quel che concerne la logistica, invece, «la grande distribuzione impone ai fornitori di pagare i costi di facchinaggio e smistamento dei prodotti nei centri di distribuzione, oltre ai costi di analisi sui campioni dei prodotti forniti, che in alcuni casi sono calcolati in percentuale sul fatturato. La diminuzione dei tempi necessari tra ordine e consegna per agevolare la gestione dei prodotti nei centri di confezionamento, rappresenta un ulteriore problema per la produzione, costretta a evadere gli ordini in tempi sempre più ristretti con aggravio dei costi di produzione e senza tenere conto delle nuove disposizioni in materia di trasporti e logistica, che impongono ai trasportatori tempi ben precisi di guida e di sosta facendo lievitare i costi di trasporto.»
«Vi sono inoltre altre problematiche in questo rapporto tra produttori e distributori – conclude Amidei – come ad esempio la scorrettezza commerciale che è alla base del comportamento di alcune realtà distributive, poche per fortuna, che pretendono di scaricare sul fornitore tutte le disfunzioni proprie del loro sistema distributivo, fino all’obbligo dell’accettazione di contestazioni inesistenti e rese di prodotto  a distanza di molto tempo rispetto alle consegne. Tutte queste imposizioni e pretese vanno oltre le regole del libero mercato e concorrono a dare una cattiva informazione al consumatore sull reale costo del prodotto a completo svantaggio del produttore. Servono quindi regole che solo la politica Italiana e Comunitaria può dare per far si che questo malcostume cessi.»

Ilaria Florio

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