Dopo la presentazione in novembre da parte della Commissione Europea di una prima proposta di riforma incentrata sul tema “La Politica Agricola Comune verso il 2020: rispondere alle sfide future dell’alimentazione, delle risorse naturali, del territorio”, si sta registrando un ampio dibattito sulla Pac che entrerà in vigore dopo il 2013 e fisserà le regole e le risorse per il settore primario per il periodo 2014/2020. Su questo tema estremamente importante e attuale abbiamo rivolto alcune domande a Maurizio Gardini, presidente di Conserve Italia e di Fedagri/Confcooperative.
Innanzitutto, dal punto di vista tecnico, qual è il giudizio complessivo sulla comunicazione presentata dal Commissario Ciolos?
«Sostanzialmente, possiamo affermare che questa comunicazione rimane ancora alquanto vaga e generica su due punti fondamentali: da un lato la definizione delle cosiddette misure di mercato, dall’altro la metodologia che sarà seguita per ripartire i budget da destinare ai pagamenti diretti, per i quali al momento si parla solo di aiuti per gli agricoltori attivi, figura non ancora definita. Su quest’ultimo punto uno studio realizzato da Nomisma per conto di Fedagri mostra, attraverso alcune simulazioni, come l’entità dei pagamenti diretti può variare da paese a paese in base ad alcuni parametri, quali la superficie agricola utilizzata, l’occupazione e il valore della produzione agricola (Plv).
In questo contesto appare quindi necessario evitare di distribuire aiuti ad ettaro uguali in tutti i paesi europei, equiparando un ettaro di pascolo irlandese con un ettaro investito a frutteto o a orticole in Italia che presenta un’alta Produzione Lorda Vendibile ed un elevato livello di manodopera. Dalle simulazioni effettuate emerge poi che mantenere forme di aiuto accoppiato per diverse colture ortofrutticole è importante al fine di preservare “filiere territoriali” ed evitare così delocalizzazioni, incrementi delle importazioni di prodotti extra Ue ed ulteriori distorsioni di mercato derivanti dal disaccoppiamento.»
Qual è l’attuale stato dell’arte sulla riforma? Quale la posizione dei diversi paesi europei?
«Nelle ultime settimane nei vari paesi europei si è aperto un interessante confronto sulla comunicazione della Commissione in vista del negoziato che entrerà nel vivo il prossimo mese di febbraio e porterà ad una proposta irreversibile all’inizio del 2012.
La nuova Pac governerà il settore agricolo per alcuni anni e vedrà un’Europa diversa in cui si registrerà un nuovo equilibrio tra domanda e offerta. Per questo riteniamo che le risorse a disposizione per il comparto non solo debbano rimanere invariate, ma soprattutto debbano consentire uno scatto di qualità nel modo in cui possono essere utilizzate. Inoltre, sarebbe opportuno che il dibattito in corso a livello comunitario, propedeutico a disegnare la Pac post 2020, permettesse di assegnare il giusto peso all’agricoltura organizzata, tra l’altro promotrice di buona occupazione e sviluppo del territorio e garante dell’origine della materia prima quale risorsa preziosa contro lo squilibrio della filiera, il pesante calo del reddito agricolo e la volatilità dei prezzi.»
Questa riforma matura in un contesto socio-economico nuovo?
«In effetti il quadro economico mondiale è profondamente cambiato rispetto al periodo in cui è stata approvata l’attuale Pac. Innanzitutto, si registra un problema per quanto concerne il reddito dei produttori agricoli, che è diminuito in misura maggiore nel nostro Paese rispetto agli altri Stati europei. Parallelamente, se da un lato è senza dubbio prioritario far crescere la competitività delle imprese per continuare ad avere un ruolo attivo sul mercato globale, dall’altro ciò dovrà avvenire proseguendo sulla strada della condizionalità e del rispetto delle risorse naturali la cui disponibilità non è illimitata. Contemporaneamente, è fondamentale anche affrontare sul piano normativo, a livello comunitario, la necessità di un riequilibrio tra le varie componenti della filiera con particolare riguardo alla Grande Distribuzione per ridurre il suo ruolo dominante e consentire un’equa distribuzione del valore tra i vari soggetti del sistema.»
E quali scenari si possono prevedere in questa situazione?
«Oltre ad impedire le politiche di rinazionalizzazione, magari per integrare le risorse Ue, in un momento di grandi difficoltà a nostro avviso è necessario intraprendere azioni concrete per concentrare l’offerta dei prodotti migliorando il potere contrattuale della parte agricola ed in questo senso vediamo favorevolmente misure incentivanti di ogni forma societaria di aggregazione, in primis le Organizzazioni dei produttori. Inoltre, riteniamo che l’esperienza del comparto ortofrutticolo, con i piani operativi cofinanziati dalle Op, andrebbe estesa anche ad altri settori. Le Op e la cooperazione in generale rappresentano infatti strumenti efficaci anche per rispondere all’esigenza di snellire e semplificare la burocrazia agricola. Chiediamo quindi il mantenimento dell’Ocm di base, indispensabile per affrontare i problemi all’interno della filiera, e riteniamo sia inconcepibile una Ocm senza le Op con i piani operativi come pure la Pac senza l’Ocm ortofrutta.»
Il settore agricolo in Italia è composto da numerosi interlocutori. Quali sono le strategie da mettere in atto per trovare le sinergie necessarie ad ottenere i migliori risultati dal confronto sulla Pac?
«In questa fase in cui il dibattito sulla Pac è appena stato avviato, è fondamentale creare le massime convergenze e coesioni possibili con tutte le rappresentanze della filiera agricola per poter offrire al Ministero una posizione negoziale forte e condivisa che costituisca la base di partenza per la trattativa che si aprirà con gli altri paesi europei.»
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