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II parere di alcuni esponenti di Confcooperative sul nuovo procedimento di erogazione: come cambierà il settore.

Il 30 settembre 2010 è stata la prima scadenza del percorso di accreditamento dei servizi socio sanitari disposto dalla Regione Emilia Romagna. Cerchiamo di capire qualcosa di più chiedendo informazioni e pareri ad alcuni autorevoli esponenti di Confcooperative.
Chiediamo ad Antonio Buzzi, responsabile provinciale settore sociale di Confcooperative, che cos’è l’accreditamento:
«L’Accreditamento socio sanitario è un processo attraverso il quale la Regione intende dare uniformità nell’erogazione dei servizi socio sanitari su tutto il territorio emiliano – romagnolo. Si definiscono i parametri minimi di qualità dei servizi, la quantità di risorse disponibili ed il costo di riferimento che ciascun servizio dovrà avere, sia per quanto riguarda l’impiego di risorse pubbliche, sia per quanto attiene alla contribuzione degli utenti. Con questo strumento si intende anche superare le gare d’appalto, quale metodo di selezione del gestore, e le gestioni “miste” tra enti pubblici e privato sociale. In questa prima fase transitoria, una volta individuati da parte delle Amministrazioni competenti i soggetti che dovranno prepararsi a gestire le strutture, questi ultimi presenteranno un piano di trasformazione che spiegherà come arrivare a soddisfare i requisiti dell’accreditamento, al massimo entro il 31/12/2013. Al termine di questa fase si entrerà definitivamente nel nuovo sistema.»
Ma cosa succederà con questa trasformazione? Lo chiediamo ad Elena Bartolotti, presidente della Cooperativa In Cammino di Faenza:
«È difficile poter esprimere oggi con certezza quali saranno gli esiti di questo processo. Le incognite sono moltissime. Quando abbiamo iniziato nel 2007 a ragionare compiutamente di accreditamento, le diversità a livello regionale erano molto grandi: per esempio, se in Romagna si registrava una retta media per gli anziani in Casa Protetta tra i 40 ed i 46 euro, in Emilia la stessa retta valeva tra i 55 ed i 65 euro – questo divario era dovuto, in realtà, alla forte presenza in Romagna della cooperazione sociale -. Anche sulla disabilità vi sono moltissime differenze. Il nostro territorio ha un numero di disabili inseriti nei propri servizi molto più elevato di altri. Purtroppo questo primato di civiltà rischiamo di pagarlo in termini di risorse che probabilmente, a seguito degli aumenti di costi derivanti dai parametri dettati dall’accreditamento, non saranno più sufficienti a garantire tutti i servizi o, perlomeno, a tutti gli utenti la stessa qualità di intervento. Risolvere questi paradossi che sono da ostacolo all’applicazione dell’accreditamento è un compito che spetta alla Regione, ma che non è ancora stato svolto fino in fondo.»
Quale può essere il ruolo della cooperazione sociale in questo scenario? A rispondere è Francesco Melandri, presidente del Consorzio Solco di Ravenna:
«In questa partita la Cooperazione deve essere certamente protagonista. Innanzitutto deve far valere la propria capacità imprenditoriale e la professionalità dei propri soci–lavoratori a vantaggio di tutto il territorio. Siamo in grado di garantire qualità, flessibilità di intervento ed economicità di gestione come nessun altro gestore. Le indagini compiute in questi mesi nei Servizi Sociali dei tre distretti di questa provincia lo hanno chiarito molto bene. Dobbiamo quindi assumerci la responsabilità di condurre queste strutture e questi servizi che l’accreditamento ci affiderà e gli Enti Locali debbono assumersi la responsabilità di aprire una nuova fase di sussidiarietà nel sociale. Noi siamo pronti. Ma abbiamo la necessità che anche l’Ente Pubblico sia pronto a fare le scelte giuste e necessarie, anche rafforzando la capacità di svolgere al meglio le funzioni che gli competono: la programmazione delle risposte ai bisogni di una comunità in rapida trasformazione, il controllo sulla spesa e sulla qualità dei servizi erogati dalla cooperazione e dagli altri gestori privati, il monitoraggio sugli esiti e sulla soddisfazione degli utenti e dei cittadini. Non ci possiamo permettere gestioni pubbliche dirette, troppo rigide ed economicamente pesanti, che sperpererebbero risorse importanti.»

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