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Una lucida e preoccupante analisi dei problemi del comparto vinicolo nazionale da parte del direttore di Caviro

Le pesante crisi economica che ci accompagna da ormai due anni, e che difficilmente si esaurirà con il 2010, sta amplificando i problemi strutturali del comparto vinicolo nazionale.
Il primo problema è rappresentato dal crollo dei consumi pro-capite in Italia, ormai prossimi ai 40 litri rispetto ai 52 di soli 10 anni fa, dovuti al cambio di abitudini alimentari ed al sostanziale disinteresse dei giovani per il vino come alimento quotidiano. La birra ha conquistato molti spazi ed è di questi giorni una massiccia campagna televisiva che ci vorrebbe vedere con la Cola ai pasti.
Per non essere costretti a rivolgersi solo ai mercati esteri come possibilità di sviluppo futuro, occorrerebbe una politica concertata che mettesse al centro l’importanza della viticoltura nazionale, tutelasse la genuinità dei prodotti e concedesse maggior spazio all’innovazione per attrarre nuovi consumatori.
Purtroppo gli esempi che abbiamo sotto gli occhi vanno esattamente nella direzione opposta con il risultato di disaffezionare i consumatori esistenti e compromettere l’avvicinamento ai consumatori potenziali.
Si vocifera di un imminente nuovo scandalo, proprio in coincidenza del Vinitaly, alla cui base ci sarebbero il sequestro di ingenti quantitativi di prodotto contraffatto in due diverse regioni. D’ altronde basta guardare ai sequestri degli ultimi 12 mesi in varie regioni di Italia, per capire che per molti imbottigliatori la strategia competitiva si basa su  scorciatoie e trucchi di vario tipo.
Non sono d’aiuto nemmeno i provvedimenti legislativi che per miopia raramente mettono al centro il consumatore e la salvaguardia del comparto e, qualche volta, magari privilegiano interessi di poche aziende.
Prendiamo ad esempio il divieto di imbottigliamento dei vini siciliani fuori dalla Sicilia. La Sicilia produce 6 milioni di quintali di vino e ne imbottiglia in zona solo il 10%. Nell’ Italia “continentale” vi è un eccesso di capacità di imbottigliamento installata: chi potrebbe avere l’interesse ed i mezzi per investire in altre linee di imbottigliamento in Sicilia? Chi affronterebbe gli extracosti logistici dovuti all’assenza pressoché totale di fornitori di materiali di imballaggio? Chi riuscirebbe a convincere le aziende che oggi imbottigliano vino italiano (e siciliano) in Germania ed Inghilterra ad imbottigliare in Sicilia presso strutture che oggi non ci sono?
La conclusione più probabile è che il 90% di volumi imbottigliati fuori regione siano sostituiti da altri vini italiani, facendo diventare il prodotto siciliano un prodotto di nicchia che poco per volta sparirebbe dal mercato perché la notorietà di una regione è data da una presenza capillare sugli scaffali internazionali raggiungibile solo presidiando tutte le fasce di prezzo. Che un assessorato abbia partorito una tale riforma è incredibile ma lo è ancora di più che nessuna associazione stia levando la proprio voce a difesa del proprio futuro produttivo.
L’estero rimane uno sbocco ancora interessante, sia nei mercati consolidati (USA, Regno Unito, Germania) sia nei nuovi entrati (Russia, Cina), ma a quanto pare nulla si sta facendo per salvaguardare il futuro del vino italiano, anzi.
Gli scandali che emergono in Italia non arrivano alle orecchie dei consumatori stranieri ma alle orecchie dei compratori della Grande Distribuzione sì e ne traggono motivo per considerare il settore vinicolo italiano sostanzialmente inaffidabile.
Non bisogna dimenticare poi che in un momento di elevatissima competizione internazionale la guerra si fa non solo con investimenti e politiche di prezzi ma anche sfruttando al meglio i regolamenti esistenti.
Ad esempio, negli Stati Uniti i protocolli di controllo sulla qualità dei vini importati dall’Italia saranno rigidissimi e basterà anche un minimo scostamento rispetto ai disciplinari approvati (Brunello, Chianti etc.) per impedire ai prodotti di raggiungere i consumatori americani.
Fra i nuovi mercati la Cina è nota per la spregiudicatezza nella contraffazione di marchi di successo e così avviene anche nel vino dove distributori locali tentano di cavalcare la notorietà di prodotti italiani famosi. Peccato però che anche certi produttori italiani, consapevolmente o no, alimentino questo mercato con vini che si presentano con confezioni e marchi simili a prodotti italiani più noti piuttosto che puntare su propri marchi. Si potrebbe definire concorrenza sleale o violazione dei diritti delle aziende italiane  ma quel che è peggio è che  fornendo il loro vino  accreditano marchi cinesi anziché serbare il valore di un prodotto 100% italiano su marchi italiani.
 Oggi, fra tutti i paesi produttori di vino, l’Italia è quella che sui mercati internazionali ha il minor spazio a scaffale. Per cambiare questa situazione, che ci vede perdenti anche rispetto ai nuovi paesi produttori di vino, occorre:
• privilegiare un’offerta chiara e concentrata su denominazioni e zone riconoscibili e non marginali: al contrario continuano a proliferare denominazioni assurde legate a sottozone sconosciute agli stessi italiani (figuriamoci agli stranieri che a malapena hanno sentito parlare di Toscana e Sicilia);
• garantire prodotti qualitativamente ineccepibili per ogni fascia di prezzo per contrastare la forza ad esempio dei vini argentini o cileni che possono vantare qualità elevate a prezzi molto competitivi: invece è frequente trovare prodotti italiani a un prezzo molto competitivo raggiunto sacrificando la qualità che, si badi, non squalifica solo il produttore interessato ma l’intera categoria dei vini italiani;
• agevolare le aggregazioni industriali, sia a livello cooperativo che privato, per dotare le aziende di una massa critica che consentirebbe di ridurre l’incidenza dei costi fissi e di affrontare investimenti finalmente significativi non essendo dispersi su micro iniziative.
Non rimane molto tempo e chi deciderà di “non decidere”, in attesa di tempi migliori, scivolerà fuori dai mercati dove opera senza potervi rientrare.

Sergio Dagnino
Direttore di Caviro sca

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