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Nella cittadina termale di Brisighella, che ormai s’è fatta un nome in tutta Italia, per le affollate Feste Medievali che organizza da trent’anni, pochi ricordano o hanno sentito parlare di una indimenticabile giostra combattuta per onorare la porpora cardinalizia di Mons. Bernardino Spada. Nel gennaio 1626, appena il corriere ebbe portato da Roma la notizia della nomina papale per il presule brisighellese impegnato in Francia in una complessa missione di nunzio pontificio, le finestre del borgo collinare s’illuminarono per otto giorni e sui monti s’accesero falò beneauguranti, mentre il Consiglio e il Governatore si riunirono per deliberare che sulla pubblica piazza si corresse durante il prossimo carnevale una “magnifica giostra” con la partecipazione dei più abili cavalieri sia romagnoli sia toscani e l’assegnazione di un palio e di vari premi per un valore complessivo di quattrocento lire.
Il 22 di febbraio, giorno destinato alla giostra, vari cavalieri accompagnati dai loro paggi vennero ad iscriversi alla gara e a registrarsi davanti ai giudici secondo le norme previste dal capitolato della giostra: con l’indicazione del nome del giostrante, del padrino, del cavallo, delle caratteristiche dello scudo, del cimiero e della livrea per essere giudicati idonei alla prova.
Da giorni sulla piazza era stata apparecchiata la lizza, verso il fondo dell’arena si ergeva il bersaglio girevole del Saracino, (testa di legno nuda con faccia nera, labbra rosse e occhi lucenti) contro cui si sarebbero infrante le lance dei cavalieri; al centro era stato innalzato il palco delle autorità e dei giudici della giostra, ornato di armi ed emblemi nobiliari delle principali casate.
Finalmente in una piazza stipata all’inverosimile, con le finestre e i tetti gremiti di gente accorsa da varie località per ammirare il “dilettevole combattimento”, entrarono nell’agone prima i cavalieri forestieri “pomposamente vestiti e lentamente procedendo”, preceduti dai maestri di campo, Francesco Naldi e Pietro Lega, accompagnati dai padrini e dagli staffieri dei rispettivi giostratori. Seguiva un carro trionfale ravvivato da canti e suoni, che intendeva raffigurare “l’universale letizia” che animava la Valle del Lamone durante questa speciale circostanza, chiudevano il festoso corteo i cavalieri della vallata. Parteciparono quindi alla giostra in onore del card. Bernardino Spada sei cavalieri che durante la “mostra” o corteo che precedeva la gara vera e propria, alludevano con insegne e simboli ad aspetti particolari della vita dell’illustre festeggiato. Il primo cavaliere aveva assunto il nome fittizio di Maghinardo Pagano, il supposto fondatore di Brisighella, armato di scudo e maglia di ferro, procedeva caracollando su un focoso destriero coperto d’acciaio lucente; il secondo cavaliere si presentava con il nome di Amone (Lamone) dal fiume che bagna Brisighella, teneva in mano un’anfora rovesciata, e dal mento gli scendeva una barba bianca e ispida, mentre aveva le spalle coperte da uno scialle intessuto con erbe palustri. Il terzo, vestito con costumi egizi, si mostrava con le sembianze di Faraone o Sire di Damiata, dal nome dell’arcivescovado ricoperto da Mons. Bernardino Spada, prima della missione in Francia; il quarto, in abiti di antico cavaliere romano si faceva chiamare Torquato e alludeva nel portamento alla fiera grandezza dell’Urbe. Seguiva Monsieur de Brion nelle vesti di un Paladino di Francia, per ricordare l’attuale soggiorno del novello porporato; chiudeva il corteo un’Amazzone che simboleggiava Pallade, dea della sapienza, per alludere alla saggezza e alle altre virtù dell’illustre esponente degli Spada, che s’intendeva onorare con questo singolare spettacolo.
Dopo la parata o mostra dei cavalieri, i giudici sorteggiarono l’ordine dei concorrenti che dovevano correre a turno con la lancia contro il Saracino per colpirlo nelle parti superiori del bersaglio (fronte, volto, goletta ecc.) senza incorrere nelle varie penalità previste dai Capitoli per la Giostra di Brisighella e Valle di Lamone del 1626. Al termine della gara, vivace e combattuta fra i giostranti forestieri e valligiani, fu proclamato vincitore dai giudici un cavaliere di Forlì, di cui non si è conservato il nome, ma al quale venne assegnata una spada e “un cintiglio lavorato a gigli di massiccio oro, con api raggruppate in sembianti di rosa e con altri ricchi ornamenti del valore di quattrocento lire”. Il cavaliere che nel corteo aveva rappresentato Pallade, nella giostra giunse secondo, ma dalle dame presenti venne riconosciuto degno del premio “masgallano”, cioè giudicato più elegante [‘mas galano’, in spagnolo. NdR], e compensato con una spada.
Dicono le cronache che lo spettacolo “riuscì superbo e di grande contentamento”, infatti furono molto ammirate le fogge e la suntuosità delle livree di tutti i cavalieri, in particolare dei forlivesi, ma soprattutto l’apparato scenografico allegorico della parata complessiva, inoltre il Governatore Giuliano Fabbrizi s’incaricò alla fine dei festeggiamenti di raccogliere sonetti e canzoni composte per l’occasione e offrirle al novello porporato che lodò sia i “militari esercizii” dei cavalieri sia gli improvvisati poeti.

Giuseppe Dalmonte

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