«Parlare di incertezza e precarietà oggi significa inevitabilmente parlare di giovani e di futuro, ma anche della diffusa mancanza di fiducia nel futuro che si traduce spesso in una vera a propria mancanza di futuro»
Con queste parole il 22 ottobre a Faenza Chiara Laghi ha aperto il dibattito del secondo appuntamento dei Confronti d’autunno organizzati dalla Società Cooperativa di Cultura Popolare e dalla Biblioteca Zucchini. A dibattere sul tema proposto, ‘I giovani fra precarietà e incertezza’, sono stati Don Vinicio Albanesi, fondatore della Comunità di Capodarco, e Graziella Giovannini, Sociologa dell’Università di Bologna. Don Vinicio, durante il suo intervento, ha parlato della mancanza di valori della società di oggi, occupata a inseguire ‘sogni della decadenza’ immersi in una cultura sterile che uccide i propri figli. È questa, secondo Don Albanesi, una condizione che genera incertezza. La dott.ssa Giovannini si è concentrata maggiormente sulla condizione giovanile dei nostri giorni. Mettendo a confronto le generazioni di 30-40 anni fa con le attuali, emerge che per alcuni indicatori come la salute, il benessere e l’alta istruzione i giovani di oggi stiano molto meglio, ma esaminando l’indicatore dell’inserimento nel mondo del lavoro le condizioni di oggi sono paradossalmente inferiori: «Nonostante l’alta istruzione dei giorni nostri si diffonde sempre più un alto tasso di disoccupazione. C’è una forte diffusione di lavori precari che escludono i giovani dal diritto di ricevere degli ammortizzatori sociali. Abbiamo un sistema di welfare non calato sulle difficoltà lavorative dei giovani. I giovani che non trovano lavoro non hanno lo Stato alle loro spalle, hanno le famiglie che oggi costituiscono i veri ammortizzatori sociali per queste generazioni.»
La flessibilità che noi giovani guardiamo con positività ,perché si adatta alla velocità del nostro tempo, si è trasformata in precarietà, in un sistema lavorativo che ci toglie ogni garanzia e che rende sempre più incerto il nostro futuro. Durante il convegno c’è stato l’intervento per noi sconcertante di un professore delle scuole secondarie seduto fra il pubblico, che ha raccontato di essersi laureato di sabato e di come già il lunedì successivo avesse una cattedra pronta ad accoglierlo.
Oggi ci sono tanti giovani che si impegnano nello studio, si laureano e addirittura continuano a specializzarsi in vari corsi post-laurea eppure non hanno nessuna certezza di riuscire a trovare un impiego che valorizzi il percorso di studi seguito. Non solo, a rendere più insopportabile la situazione c’è il fatto che nei momenti di transizione tra un contratto precario e l’altro non si ha alcun tipo di assistenza, non si possono fare progetti di nessun genere, figuriamoci quelli relativi alla famiglia.
Mi viene in mente l’esperienza di alcuni giovani di Faenza che con i loro titoli di studio dovrebbero rappresentare l’eccellenza del nostro paese e che invece, pur di mantenere un briciolo di autonomia rispetto alle famiglie di origine, si ritrovano ad affollare i campi del territorio durante la stagione della vendemmia. Una volta i giovani che andavano a vendemmiare erano gli studenti che volevano mettere da parte qualcosa per togliersi dei capricci, oggi ci si va per pagare l’affitto, per far sì che i soldi raccolti con le mille collaborazioni racimolate durante il mese riescano a raggiungere una somma tale da garantire un altro mese di autonomia.
Chiara Laghi ha letto un brano che rende in maniera eclatante la condizione emotiva dei giovani italiani di questi giorni, un brano tratto dal libro ‘L’Italia spiegata a mio nonno’ di Federico Mello: «Ma se io ti spiattellassi in faccia una parola, ‘futuro’, nonno, cosa ti verrebbe in mente? Non so nonno mio caro, cosa a te venga in mente. Forse il dolce ricordo di quando eri giovane e arzillo, con una vita davanti. So invece, nonno, cosa viene in mente a me, quando sento il suono di questa parola. Mi viene in mente una clava! Una clava/futuro per mettere in fila, una dopo l’altra, tutte le scelte degli ultimi anni che, come una trappola per topi senza neanche un pezzetto di gruviera, a scatto si sono chiuse sul muso delle nuove generazioni.»
Ilaria Florio
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