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Confcooperative Ravenna: quattro proposte strutturali per uscire dalla crisi del settore

ortofrutta

La nostra anaisi sull’attuale crisi dell’ortofrutta parte a titolo esemplificativo, date le prerogative del territorio e delle imprese associate, da uno dei comparti economicamente più significativi: quello peschicolo.
In provincia di Ravenna si producono circa il 50% dei 5 milioni di quintali di pesche ed in particolare di nettarine coltivate in Emilia Romagna, il 15% dell’intera produzione nazionale, per un valore del prodotto in campagna che supera i 120 milioni di euro e che concorre a costruire una economia indotta (lavorazione, trasporto, trasformazione, commercio) di molte centinaia di milioni di euro.
Un comparto che oggi contribuisce in maniera sostanziale alla formazione del PIL della provincia di Ravenna.
Una crisi che per le pesche si è manifestata in questo 2009 non in presenza di una particolare sovraproduzione ma per la concausa di una produzione piena in tutte le principali aree produttive d’Europa a fronte di un minor consumo dato dal potere d’acquisto di molte famiglie falcidiato dalla crisi economica in atto. A questo si è aggiunto il maggior rischio di solvibilità nelle transazioni commerciali in particolare con i clienti dell’est Europa e la “guerra dei prezzi” praticata soprattutto dalla Grande Distribuzione Organizzata. Una miscela micidiale che ha portato i prezzi dei prodotti all’origine molto al di sotto degli stessi costi di produzione con un danno pesantissimo per i produttori agricoli.
Una guerra dei prezzi combattuta ad armi impari in particolare per prodotti che hanno poche settimane di vita commerciale e quindi un potere contrattuale fortemente limitato quali le pesche e le nettarine.
Da qui una prima riflessione: per un prodotto economicamente così rilevante, che caratterizza e qualifica un’intera Regione ma altrettanto delicato e “fragile”, è concepibile un mercato senza alcun tipo di tutela per il produttore? Un mercato sul quale il prezzo si forma non solo e semplicemente su logiche di domanda ed offerta ma anche sui diktat delle grandi centrali d’acquisto della GDO sempre più forti e concentrate in poche mani?
La risposta è: no, non è più possibile, pena l’essere in perenne balia di eventuali disgrazie altrui per sperare in un risultato positivo. Ecco quindi quattro punti principali con i quali riequilibrare questo mercato:
• Un Organismo interprofessionale permanente che riunisca tutti gli attori della filiera, costituito a livello europeo con la partecipazione diretta, quindi, non solo della parte agricola ma anche dei grandi gruppi della GDO e presieduto dalle Istituzioni dell’UE è il luogo dove stabilire le regole che servono a governare questo particolare mercato, partendo dalla formazione dei prezzi che deve tener conto dei costi di produzione necessari ad ottenerlo, dalla tempistica dei pagamenti, dalla tutela dell’origine, per proseguire con le regole da adottare in caso di crisi grave. Regole di mercato che, condivise, le istituzioni possano rendere “erga omnes” per tutti gli operatori sul mercato. Regole che consentano un libero scambio ed una libera contrattazione ma che scongiurino lo strozzinaggio che oggi subisce il produttore agricolo in particolare su un prodotto altamente deperibile quale la pesca e la nettarina. In altre parole: assicurare pari dignità a tutti gli attori della filiera. Data la rilevanza del mercato nazionale e l’urgenza dei tempi, il nostro Paese può fornire un valido esempio di fattibilità costituendo, da subito, un proprio Tavolo nazionale alla guida del Ministro delle Politiche agricole, fungendo così da traino e giungere all’obiettivo europeo.
• Gli strumenti previsti dall’UE per la prevenzione e gestione delle crisi nell’ortofrutta hanno denotato caratteristiche di insufficienza ed inefficacia di fronte ad una crisi di ampiezza internazionale come quella registrata nel corso dell’anno. Anche in questo caso occorrono degli adattamenti: i limiti di ritiro del prodotto dal mercato e l’importo delle relative indennità sono insufficienti in quanto previsti solo per la parte di produzione organizzata, largamente minoritaria a livello europeo e ancor più italiano. Dati gli effetti attesi dell’intervento, di valenza generale, è perciò necessario che per tali misure si tenga conto dell’intera base produttiva. Inoltre l’applicazione di determinate misure è troppo complicata (es. la “mancata raccolta – o – raccolta verde») e va incontro a problemi condizionanti di ordine fitosanitario o di controllo che ostacolano o ritardano la loro applicazione, rendendola di fatto inefficace.
• Una garanzia per l’export. Il nostro Paese in questo particolare frangente deve sostenere, come già avviene in altri Stati dell’UE (vedi ad esempio la Francia, nostro concorrente diretto, che si è prontamente attivata con specifiche misure), l’esportazione dell’ortofrutta prodotta in Italia con meccanismi che possano garantire in tutto o in parte le transazioni effettuate verso i Paesi più a rischio consentendo di mantenere le quote di mercato conquistate con grande fatica in questi anni.
• La tutela dalle calamità naturali. L’agricoltore è l’unico imprenditore che assomma su di sé oltre al rischio d’impresa anche il rischio di una attività “a cielo aperto”, in balia degli eventi meteorici di carattere eccezionale. Per questo in tutti i Paesi economicamente evoluti esistono strumenti di intervento quali il Fondo di Solidarietà Nazionale previsto dal nostro ordinamento giuridico. Ora questo Fondo, che eroga incentivi agli agricoltori per sostenere i costi delle assicurazioni è, come noto, ancora privo di risorse e sul 2008 pesa un ammanco di circa 100 milioni di euro che se non verrà ripianato graverà anch’esso, insieme all’intero costo assicurativo sostenuto per le colture di quest’anno, interamente a carico degli agricoltori.
Dopo le reiterate promesse è ampiamente scaduta l’ora per il Ministro ed il Governo di assumersi le loro responsabilità, servono urgentemente fatti concreti, fatti che già altri (banche, industria, auto) hanno avuto modo di incassare in via straordinaria a fronte della crisi, mentre il settore agricolo ancora nulla; nulla neppure di quanto ordinariamente fino a ieri era consolidato.

Confcooperative Ravenna

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