Concluso il Congresso di Vienna, che aveva stabilito il ritorno sul trono dei sovrani spodestati dalle armate rivoluzionarie napoleoniche, il 20 luglio del 1815 Faenza tornò sotto lo Stato Pontificio. In un primo tempo l’amministrazione della Romagna fu gestita da un governo provvisorio presieduto dal delegato apostolico Mons. Tiberio Pacca che, insediatosi a Forlì, promise di attuare le riforme e di migliorare le condizioni sociali della popolazione.
Su Faenza, reduce da un periodo di lotte e di incertezze politiche che ne avevano prosciugato le casse comunali, si abbattè la grave carestia di quell’anno, il 1815, che ridusse alla fame migliaia di persone. La Municipalità riuscì allora ad ottenere da Monsignor Pacca una grossa sovvenzione per dare lavoro ai poveri non più in grado di sostenere l’aumento del prezzo del pane e degli altri generi di prima necessità.
La sovvenzione – 4000 scudi – venne impiegata per aprire fuori dalle mura una strada destinata al pubblico passeggio: un tracciato rettilineo che collegava il Gioco del Pallone presso Porta Montanara al Foro Boario che si trovava nella zona dell’attuale Tondo, presso Porta Imolese. Una mattina di primavera del 1816 centinaia di operai, sotto la guida dell’ingegnere Guido Corelli, si misero al lavoro abbattendo alberi, viti e siepi nei campi ad ovest della città. Si costruì il terrapieno riempiendo gli avvallamenti con migliaia di carrettate di terra. I lavori furono portati a termine nel 1818 sotto il Gonfaloniere cav. Pietro Mazzolani, divenuto capo della Municipalità al termine del Governo provvisorio.
Vennero allora messi a dimora circa 480 alberi per rendere più confortevole il percorso della strada, che prima doveva apparire come un argine deserto nella campagna fuori le mura.
Per alcuni decenni lo Stradone (come venne subito ribattezzato in luogo della denominazione ufficiale di “Strada del Pubblico Passeggio”) rimase un tracciato in terra battuta malamente livellata, finché verso il 1860 vennero eseguiti lavori di miglioramento, fra cui il rialzo della carreggiata centrale rispetto ai vialetti laterali riservati ai pedoni.
Intanto nel 1823 la Municipalità aveva bandito un concorso pubblico per la realizzazione di un fabbricato che chiudesse a Nord la fuga prospettica degli alberi dello Stradone. Al concorso per la “Prospettiva del Pubblico Passeggio” parteciparono gli architetti, i capomastri e gli artisti faentini più in vista del tempo, fra cui Luigi Querzola, Rinaldo Nanini, Gaetano Petroncini, Romolo Liverani, Domenico Fattori, Giuseppe Sangiorgi e Pietro Tomba.
Fu quest’ultimo a risultare vincitore.
Fra i vari progetti da lui presentati venne fortunatamente scelto quello più sobrio ed anonimo dal punto di vista architettonico, mentre furono bocciati quelli che prevedevano obelischi, sfingi e tempietti di gusto più schiettamente neoclassico.
La Prospettiva del Pubblico Passeggio, eretta nel 1824 con il contributo di una piccola colletta come ricorda l’iscrizione latina del frontone, fu subito ribattezzata Fontanone o meglio conservò il nome della fontana, con rubinetto in ottone e vasca in marmo, che si trovava in quel luogo fin dalla metà del Settecento. Il Fontanone infatti aveva (ed ha tuttora) non una ma due fontane ai lati della nicchia centrale la cui porta immetteva in un ambiente semicircolare destinato alla vendita ed al consumo di bibite e caffè, ristoro per i passanti e luogo di sosta per i nobili e i ricchi borghesi che amavano passeggiare in carrozza lungo un itinerario che partendo dalla Piazza, attraverso Porta Montanara, lo Stradone e Porta Imolese li riconduceva al centro della città.
Quello stesso anno, il 1824, lo Stradone vide i festeggiamenti dei celebri matrimoni “misti” fra cittadini e borghigiani, voluti dal Cardinale Rivarola e passati alla storia come i “matrimoni dei cani e dei gatti”. Era accaduto questo: il Cardinale Agostino Rivarola, nominato legato delle Romagne dal nuovo papa Leone XII, nel tentativo di mettere pace tra i Faentini (liberali e antipapalini) e i Borghigiani (fedeli sostenitori della politica papale) aveva organizzato 12 matrimoni “misti” (sei cittadini con sei donne del Borgo e, viceversa, sei borghigiani con altrettante donne della città). Cinquanta scudi di dote, abiti nuziali e pranzo di nozze gratis furono un incentivo più che sufficiente a far rinunciare alle proprie idee politiche 12 coppie che (secondo quanto ci racconta con disprezzo un cronista del tempo) appartenevano al più basso strato della plebe. I matrimoni furono celebrati l’8 di settembre in Duomo dal Vescovo di Faenza, il celebre Stefano Bonsignore, e i festeggiamenti ebbero luogo lungo lo Stradone con una sconcia abbuffata da parte dei novelli sposi e dei loro parenti che al termine del pranzo, racconta sempre l’inorridito cronista, estrassero i fazzoletti dla gulpê e portarono a casa gli avanzi.
Gilberto Casadio
Maggio 1994
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