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Il terzo forum di In Piazza è dedicato ad un settore che più degli altri soffre la crisi in atto

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«Il settore del facchinaggio vive da tempo un periodo di difficoltà che si è ulteriormente accentuato con la crisi economica. L’aumento del costo del lavoro, dovuto a molteplici fattori, non è stato sempre recepito dalla committenza che, sorvolando sulla professionalità dei lavoratori, preferisce ricorrere ad operatori ai limiti della legalità che praticano tariffe inferiori a quanto stabilito dal contratto nazionale. Confcooperative sta perciò conducendo una battaglia per il rispetto delle regole con la collaborazione di tutti gli enti preposti a questi controlli, pur consapevole che il fenomeno dell’illegalità è talmente diffuso che è difficile poterlo contrastare in maniera adeguata. Un’altra strategia messa in atto all’interno della cooperazione è costituita dai processi di ristrutturazione e di accorpamento delle imprese associate al fine di fare massa critica ed essere così più competitivi sul mercato del lavoro.»
Questo il quadro della situazione nella nostra provincia come è stato sintetizzato da Pier Nicola Ferri di Confcooperative che ha svolto il ruolo di coordinatore al terzo forum di In Piazza che ha messo a confronto i dirigenti delle cooperative operanti nel settore del facchinaggio nella nostra provincia.
Lamberto Calderoni, presidente di Cofa, ha ricordato l’aumento del costo del lavoro, dovuto anche al superamento della legge 602/70 che fissava i contributi sulla base di un salario medio convenzionale ed ha lamentato come la professionalità degli operatori del settore non conti più nulla per la committenza che oggi considera il costo del servizio l’unico criterio di scelta dell’impresa a cui affidare il lavoro di facchinaggio. Inoltre le aziende in questo periodo di crisi, nel tentativo di abbattere per quanto possibile i costi, spesso rinunciano ad interventi esterni utilizzando per il facchinaggio i loro lavoratori in esubero.
«L’aumento dei costi – ha aggiunto Fabio Maretti, responsabile del personale e della sicurezza di Cotras – è anche da imputare alle nuove norme sulla sicurezza e all’obbligo della certificazione sanitaria antidroga: tutte cose assolutamente legittime anzi indispensabili, ma che comportano l’effettuazione di corsi e di controlli dal costo non irrilevante. La committenza pretende, come è giusto che sia, queste certificazioni ma non è disposta a riconoscerle all’interno delle tariffe orarie.»
Le maggiori difficoltà – secondo Giampaolo Donati, vicepresidente di Cotras -  la cooperativa le incontra non tanto nei cantieri e nelle aziende nelle quali già sta operando e dove il servizio di qualità offerto viene riconosciuto e valorizzato, ma nell’acquisizione di nuove committenze che vengono assegnate con l’unico criterio del prezzo più basso.
Secondo Sauro Giorgini, direttore di Rafar e responsabile del settore nel consorzio Ciclat, il facchinaggio è l’anello più debole della catena produttiva: nonostante gli operatori abbiano acquisito una buona professionalità si tratta di un settore scarsamente valorizzato e con maggiore flessibilità rispetto agli altri. Con il contratto nazionale si era cercato di dare ordine alla categoria, puntando sulla professionalità e sulla sicurezza, ma ci sono troppi operatori che non rispettano le regole, mentre chi le rispetta rischia letteralmente di ‘morire di legalità’.
Per Dino Odorico, presidente di Cislat, «in questo momento bisogna cercare di sopravvivere e per farlo si tratta di ottimizzare il più possibile il nostro lavoro e limitare al massimo i costi, anche se così facendo, a volte il rischio, per altro assolutamente da evitare, può essere quello di compromettere la sicurezza.»
A conclusione del ‘giro’ degli interventi, Ferri ha brevemente illustrato la strategia suggerita da Confcooperative.
«Abbiamo due obiettivi: il primo è arrivare in fondo alla crisi cercando, se possibile, di non lasciare alcuna ‘vittima’ sul terreno. In questo settore fra l’altro è difficile applicare i contratti di solidarietà (‘lavorare meno, lavorare tutti’) per le difficoltà di turnazione e le richieste della committenza che esige la professionalità di operatori di fiducia pur senza riconoscerla economicamente. Il secondo obiettivo è quello di farsi trovare pronti, quando si uscirà dalla crisi, a fornire servizi sempre migliori. Per fare questo però occorrono investimenti e questi si fanno utilizzando l’utile d’impresa, utile che in base alle ultime statistiche è sceso mediamente in questi anni dal 13 al 4%: un margine che consente al massimo di chiudere in pareggio i bilanci.»
In conclusione tutti hanno però riconosciuto la validità della cooperazione che, proprio nei periodi di difficoltà, ritrova le sue radici e riafferma lo scopo per il quale è nata; i soci sono tutti responsabilmente consapevoli che in tempi come questi il vero guadagno da perseguire consiste innanzi tutto nella salvaguardia del loro posto di lavoro.

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