Tomaso Garzoni, la cui figura e le cui opere sono al centro della prossima festa di San Michele a Bagnacavallo, nacque nella cittadina romagnola, allora sotto il dominio degli Estensi, nel marzo del 1549. In realtà egli si chiamava Ottaviano e prese il nome di Tomaso quando, giovanissimo, il 18 ottobre del 1566, dopo aver compiuto studi di diritto a Ferrara e a Siena, entrò nella Congregazione dei Canonici Lateranensi che aveva sede in Santa Maria in Porto a Ravenna: pochi anni prima i Canonici si erano trasferiti da Porto Fuori nella grande chiesa con annesso convento, sita nell’attuale via di Roma.
Non si hanno molte notizie della sua vita, al di fuori di una stringatissima biografia opera del fratello Bartolomeo anch’egli canonico e letterato, e di qualche cenno autobiografico sparso qua e là nella vasta produzione letteraria del Nostro. Sappiamo che fu valentissimo predicatore e che, per svolgere questa sua missione, fu sicuramente e per periodi non brevi a Treviso, Ferrara, Padova, Mantova, Venezia. Egli ebbe così modo di entrare in contatto personalmente con i numerosi letterati e scienziati del tempo che frequentavano le corti di quelle città. Valga per tutti il nome di Torquato Tasso, di qualche anno maggiore di lui, che egli conobbe alla corte di Alfonso II d’Este a Ferrara.
Il nostro canonico non condusse dunque una vita rigidamente racchiusa in convento; anzi, almeno negli ultimi anni, a quanto riferisce lo storico settecentesco Girolamo Bonoli nella sua Storia di Bagnacavallo, ebbe licenza dai superiori di risiedere stabilmente nella città natale, dopo che il Vescovo di Faenza lo aveva, con ‘stipendio onorevole’, nominato Lettore di Sacra Scrittura nella Chiesa parrocchiale di San Michele.
Questo spiega anche come alla sua morte, avvenuta prematuramente a soli 40 anni l’8 giugno 1589, egli si trovasse non a Ravenna ma a Bagnacavallo ed ivi, nella Chiesa di San Francesco venisse sepolto, con orazione funebre del padre Francesco da Tossignano, un frate francescano e non un canonico del suo ordine.
Tomaso Garzoni deve la sua fama, che ai suoi tempi fu semplicemente straordinaria, soprattutto ad una serie di opere di carattere erudito, aneddotico, enciclopedico dai titoli che suonano oggi un poco curiosi: Il Teatro dei vari e diversi cervelli mondani, La Piazza universale di tutte le professioni del mondo, L’Ospidale dei pazzi incurabili, La Sinagoga degli ignoranti, Il serraglio degli stupori del mondo.
Fra queste l’opera senz’altro più celebre è la Piazza Universale che, pubblicata in prima edizione a Venezia nel 1585, ebbe nell’arco di un secolo quasi 30 ristampe. È stato calcolato che nella sola Venezia ne furono pubblicate non meno di 100mila copie, una cifra esorbitante per quei tempi. Ma questo è nulla se si pensa alla fortuna che l’opera ebbe all’estero e soprattutto in Germania dove fra 1619 ed il 1659 venne pubblicata in tedesco quattro volte, diventando in molti ginnasi lettura obbligatoria per gli studenti.
La Piazza consta di 150 ‘discorsi’, ciascuno dei quali descrive una o più professioni (o mestieri, che dir si voglia) dalle più nobili alle più umili, dalle più oneste alle più riprovevoli. Si va dai prìncipi ai mulattieri, dai teologi agli stracciaroli, dai giureconsulti ai salsicciari, dai notai ai ruffiani, dai musici ai beccamorti e così via. Si affaccia così su questa ‘piazza’ ideale un’umanità quanto mai varia formata da astrologi, banchieri, bovari, carrettieri, chiromanti, facchini, frati, giardinieri, giocatori, indovini, ladri, lottatori, osti, meretrici, pittori, predicatori, prestigiatori, scrivani, tamburini, tappezzieri, ubriachi, usurai…
Di ogni professione viene indicata l’origine e l’opinione che di essa avevano gli antichi e i contemporanei dell’autore. Si passa poi alla descrizione tecnica dell’attività o del mestiere, spesso con interessantissime nomenclature di strumenti o di termini tecnici, per chiudere con un giudizio morale su coloro che esercitano quell’arte.
Ma non si tratta di una enciclopedia seriosa, costituita solo da nozioni di carattere storico o scientifico tali da interessare unicamente il lettore erudito. Il Garzoni ha reso le sue pagine estremamente accattivanti – e ciò spiega il grande successo dell’opera – perché ha saputo mescolare in giusta misura l’erudizione e i dati storico-letterari con numerosi aneddoti ed osservazioni che in gran parte sembrano provenire da esperienza personale, specialmente quando si sofferma a descrivere i difetti di coloro che esercitano le varie professioni. Ecco allora che le pagine si ravvivano improvvisamente e davanti ai nostri occhi sfilano personaggi che sotto la penna umoristica e sarcastica dell’autore diventano vere e proprie macchiette.
La lunghezza dei ‘discorsi’ è quanto mai varia: si va dalle decine di pagine ad una pagina o poco più. Inoltre questi si succedono senza un rigoroso ordine logico né tanto meno alfabetico, per cui il lettore curioso può affrontare tranquillamente le mille pagine del libro aprendolo a caso, sicuro di trovarvi ciò che può dargli piacere: la descrizione di un mestiere scomparso, una curiosità, un aneddoto, un modo di dire inconsueto, un vocabolo raro … Suggeriamo di cominciare dalla propria professione per vedere quanto essa è cambiata dal ‘500 ad oggi e se ancora sia valido il giudizio morale che di ogni ‘professore’ ha dato quell’ingegno bizzarro e sarcastico del Garzoni.
Gilberto Casadio
Settembre 2007
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