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Sfogliando alcuni periodici romagnoli dell’età napoleonica, conservati presso la Biblioteca Comunale di Forlì, mi sono imbattuto in questa curiosa e singolare notizia Sul Vino detto Moscato della Pieve del Thò di Brisighella riportata su “Il Redattore del Rubicone” del 9 agosto 1810. L’articolo anonimo, forse frutto della penna enciclopedica del russiano Domenico Antonio Farini, oltre a decantare la buona qualità di un vino molto rinomato localmente, perché unisce al sapore dolce una gradevole robustezza, tende ad esaltarne i pregi dell’invecchiamento tanto da poter gareggiare coi migliori vini forestieri. Del resto i vini di Brisighella, di Bertinoro e delle colline di Cesena godevano già da tempo buona reputazione in Romagna e in varie regioni italiane. L’articolista sostiene inoltre con vigore che le nostre colline possono fornire un ottimo vino ma per ottenerlo bisogna conoscere il modo di produrlo, perciò intende divulgarne il metodo per migliorare e ampliarne la produzione. Dopo aver interpellato il Parroco della suddetta Pieve e il brisighellese Giuseppe Pianori, produttore di un buon Moscato, l’anonimo giornalista ci propone la seguente descrizione.

“Si prende di una albana some due, e di moscato some una [hl. 0,726]: le dette uve siano perfettamente mature, coltivate in terra non sabionosa ma forte, di una collina non molto alta, ed esposta a mezzodì, vendemmiate in tempo asciutto, dopo che si è asciugata la rugiada, e almeno 4 giorni dopo l’ultima pioggia. Trasportate al coperto in luogo arioso con serrami da potersi chiudere la notte, e in tempo di pioggia, o di nebbia, si distendano sopra stuoje in modo che un grappolo non tocchi l’altro. Sarebbe desiderabile che ivi potessero mantenersi 40 giorni senza marcirsi, ma se prima di tale tempo si conosce essersi marcita una loro decima parte è tempo di ammostarle. Ammostate, e poste nel tino si lascino bollire per 30 giorni senza moverle, e senza forare il tino per sentire il vino, lo che farebbe presto convertire in aceto il vino rimasto nel tino. Venuto il tempo di svinare, si schiumi prima il tino alla profondità di 4 dita levando le vinaccie superiori rese mezzo asciutte e acetose ponendole in un altro piccol tino. Queste, se vi si getti sopra poco vino nuovo, somministrano un potentissimo aceto. Si svini il vino buono, e si imbotti con ritenerne alcuni fiaschi pieni affine di mantenere piena la botte del moscato.

Se le uve prese saranno state vendemmiate immediatamente dopo la pioggia si conserverà poco, e verso Pasqua darà il segno di volersi corrompere cambiando il suo colore di ambra in un colore assai carico. Se non ha avuto pioggia di fresco sulla vite si conserverà anche un anno, e più. Aggiungo, che l’uva di viti vecchie, deboli, e nulla o poco letamate deve preferirsi alle uve delle altre”.

Già nei secoli precedenti vari agronomi avevano decantato i pregi del “vino albano” tanto bianco quanto rosso, ma poiché tale uva maturava presto veniva sottratta in parte alla vinificazione per essere mangiata dai contadini come avveniva per il moscatello, lo zibibbo, l’uva pergola e altre varietà più da tavola che da vino. Proprio sul vino ricavato dall’uva moscatello il noto agronomo bolognese Vincenzo Tanara aveva espresso nel sec. XVII un giudizio entusiasta sottolineando il connubio con l’albana:  “il moscatello, del quale si fa in questo paese bevanda dolce, odorifera e gustosa quanto in altro luogo è tanto gagliardo che se non si misticasse [mescolasse] con l’uva albana sudetta della miglior qualità però che si ritrovi, si potria paragonare nella grandezza e forza al Vin di Candia; ma questa moderando la sua ferocia, lo rende più delicato”.

L’anonimo redattore del 1810 conclude con alcuni consigli per custodire gelosamente sotto chiave il rinomato “liquore” brisighellese che attira gli ingordi sia esseri umani che i timidi sorci, mentre per questi basta una grossa pietra posta sopra il tappo della botte, per i primi invece è più ardua la vigilanza.

Qualche decennio più tardi quei buontemponi degli Smémbar sul Lunëri faentino del 1858 per celebrare l’abbondante vendemmia inneggiano ad alcune varietà di uve romagnole molto diffuse da tempo sia in pianura che in collina con questi versi in vernacolo intrisi di antichi aromi che suggellano uno dei tesori della nostra terra:

“Par i camp, par la muntagna,
Quanta ova, e fà cucagna,
De Tarbian, e dla canena
Dla durella, e rumanena
Dla lanzesa, de grapplen
De sanzves, de balsamen
De leatich, dl’ova dora
E d’la grossa, i dis d’Bartnora,
Uj in fò n’a quantitè
Da no bsela sques vindmè”.

 Giuseppe Dalmonte 

Maggio 2005

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